Non demolite le nostre emozioni

Lo stadio di San Siro durante Milan-Craiova

I tempi moderni dettano le condizioni per stare al passo, il calcio è ormai un business che muove il denaro in quantità spaventose, tutto dipende dalla componente economica legata alle società e le federazioni. Gli stadi di proprietà per i club sono la necessità fondamentale, certificano molti  ricavati diretti andando a finire nelle casse della squadra che disputa partite in quella struttura.

La Premier Inglese è il modello da prendere in considerazione, ogni squadra ha il suo impianto sportivo di proprietà, base concreta che crea interessa ad altri investitori esteri, vogliosi di investire in un mondo e mercato ben organizzato già a livello di lega, organizzatrice del più importante campionato britannico. In Italia sono molteplici gli stadi “ arretrati” che hanno bisogno di una rinfrescata, in alcuni casi,  vanno totalmente  ripensati da zero. Molti di questi però rappresentano dei veri e propri tempi sportivi, carichi di storia  del gioco e non solo, dei veri e propri  monumenti caratteristici delle città che hanno cavalcato il ‘900 da protagonisti ed ora pronti ad essere messi da parte.

Il dibattito che in questi giorni tiene banco più di qualunque altro è legato alla demolizione di San Siro. Le due società meneghine sarebbero pronte a costruire un impianto di proprietà dei due club  moderno e all’avanguardia, capace di ospitare 60.000 spettatori e rispettando i requisiti di confort e visibilità per i tifosi. Il progetto potrebbe avere inizio nell’area dei parcheggi dell’attuale stadio Meazza, che in questo caso andrebbe demolito per far spazio al nuovo padrone di Milano.

Ovviamente il tifo e gli appassionati di questo sport si sono subito divisi e dibattuti, una parte approva e sancisce a malincuore  la demolizione di San Siro, dall’altra ci sono quelli che non vogliono assolutamente che lo stadio finisca di esistere. Una decisione difficile e dura da prendere, aspettando ancora l’ok del comune di Milano per far partire le operazioni che porterebbero alla  costruzione del nuovo impianto che verrebbe inaugurato nel 2023.

La ragione sbatte contro l’emozione, perché Milano e la Serie A in generale hanno urgente bisogno di tornare a primeggiare nel calcio, partendo proprio da strutture moderne e adeguate. Allo stesso tempo però buttare giù lo stadio Giuseppe Meazza significherebbe buttare giù un pezzo dei nostri sogni, un pezzo di storia del calcio Italiano.

In cuor nostro speriamo che  “La Scala del Calcio” non venga distrutta, perché chi ama questo sport nel significato vero del termine, vedrebbe infrangere il sogno di poter calcare l’erba di quel terreno leggendario, quel terreno che ha visto abbracciare campioni di ogni tipo, di ogni parte del mondo, campioni e partite fuori dal normale che ci hanno fatto battere il cuore per tanto… tanto tempo. Tutti i tifosi di Milan e Inter vogliono entrare nella modernità e affiancarsi alle big del calcio mondiale, ma esistono sempre delle soluzioni alternative, esiste sempre una via d’uscita. Non distruggiamo l’ideale collettivo che ancora oggi, nonostante tutto resiste , un bambino sogna ancora di poter giocare un giorno in quel campo, non lasciamo che il Dio denaro prenda il sopravvento anche sulle emozioni  e sui nostri sentimenti.

Non vogliamo che vada a finire come la strofa finale della canzone  “ Luci a San Siro” di Roberto Vecchioni, risentita in questi giorni risuona come una minaccia o un bruttissimo presagio. Non demolite il nostro cuore, non demolite il monumento per eccellenza del calcio Italiano, perché ne risentirebbe la nostra passione e la nostra storia. E queste,  per quanto denaro si possa spendere, non si possono comprare.

E allora mambo!

Gigio Donnarumma e Krzysztof Piatek festeggiano Atalanta-Milan 1-3

Prodromi di grande Milan. È servito un mese abbondante per poter giudicare con serenità ed equilibrio questo Diavolo 18-19 versione 2.0, ma all’indomani di Atalanta-Milan possiamo provare a sbilanciarci: ad un gruppo granitico, forgiato con sorprendente bravura e mestiere da Rino Gattuso, sono stati aggiunti gli elementi ideali per “alzare l’asticella” come chiesto a più riprese dallo stesso mister. Serviva trovare il bomber erede di Higuain, azzeccare l’acquisto del centrocampista di qualità, lucidare gli ottoni più pregiati della rosa (Donnarumma e Calhanoglu su tutti) e riprendere le fila dell’ottimo lavoro tattico iniziato da Gattuso l’anno scorso e interrotto bruscamente in autunno causa infortuni: la vittoria di Bergamo è solo l’ultimo indizio che i ragazzi siano sulla strada giusta per tornare ai vertici.

Battere l’Atalanta non è cosa di tutti i giorni (per info chiedere a Juve e Roma) ed è un tassello importante nella ancora lunghissima corsa al 4° posto, ma ciò che più piace è l’impressione generale data dalla squadra nel ciclo di partite post mercato e l’impatto avuto dai gioielli arrivati a gennaio. Chi vi scrive aveva un amore sportivo di lunga data per Higuain, pur conscio dei suoi limiti caratteriali, e aveva accolto la prematura rottura con l’ambiente rossonero come una iattura da evitare ad ogni costo in un mercato di riparazione. Ebbene: Piatek ha spazzato via ogni razionale timore e contro il più ottimista dei pronostici ha mostrato mentalità e personalità da campione, unite a un bagaglio tecnico e atletico da top player. Una sorpresa enorme tanto quanto Paquetà, di cui erano note le straordinarie doti tecniche ma non la maturità tattica già da Serie A: urgono calma e prudenza, ma con Lucas rischiamo di aver pescato già pronto il campione che in mediana manca da troppi anni.

E se ieri sera Gigio non ha dovuto compiere miracoli, limitandosi a dare sicurezza alla squadra durante gli assalti della Dea nella ripresa, la crescita esponenziale delle ultime settimane è stata sbalorditiva: avere ritrovato un Donnarumma a così alti livelli è stata la chiave per tenersi stretta la piazza Champions e sarà un punto di forza nelle settimane decisive dell’anno. Con la speranza che anche Calhanoglu, ritornato al gol dopo mesi di digiuno (ma dopo alcune prestazioni in crescita), possa essersi definitivamente ritrovato: la rete di Bergamo deve essere il trampolino psicologico ed emotivo perché si lasci totalmente alle spalle i turbamenti avuti in stagione. Con la speranza sincera che, passato il mercato, possa giocare in un ruolo più consono alle sue caratteristiche e lasciare ad altri la fascia sinistra.

Dulcis in fundo, un plauso particolare al nostro allenatore e condottiero, mister Gennaro Gattuso. Più tenace di chi lo aveva esonerato già a luglio, più maturo di tanti critici che non hanno esitato a massacrarlo, più forte della mala sorte che si è accanita senza pietà: è Rino l’uomo copertina di questo Milan e il vero artefice delle fortune rossonere di questo scorcio di 2019, capace di tenere dritta la barca nella burrasca, di rimanere attaccato al 4° posto con le unghie e con i denti e di ritrovare con la rosa completa la “sua” squadra. Oltre che puntare contro tutto e tutti su Calhanoglu, ora pronto a ripagare appieno la fiducia. Applausi per Leonardo e Maldini, bravi a pescare Paquetà e perfetti a ribaltare la grana Higuain in un’opportunità per migliorarsi. La bagarre per la Champions è spietata e volatile, aperta a sorpassi e ribaltoni nel gruppone sino al 26 maggio, ma la sensazione è che quest’anno ce la giocheremo fino in fondo. E se Champions sarà…

C’è un nuovo pistolero in città

Krzysztof Piatek "spara" nello spogliatoio di Milanello

I cowboy si danno appuntamento fuori dal saloon per sistemare le proprie faccende da veri uomini, il rumore di discorsi e dei cavalli che attraversano le strade, lasciano spazio ad un silenzio d’attesa, i due si ritroveranno l’uno davanti all’altro. Si daranno le spalle compiendo una lenta camminata che li distanzierà, conteranno fino a 9 per poi premere il grilletto di una pistola che farà fuori il meno rapido dei due.

9 come i passi che compiono i cowboy prima di sparare, 9 è anche l’unico che rimarrà in piedi, l’unico bomber che vestirà la maglia del Milan, avendo l’ingrato compito di sfatare quella maledizione di maglia che non trova pace dopo il grande Pippo Inzaghi.

Nel “ Far West” rossonero non c’è più spazio per Gonzalo Higuain, numero 9 appunto, dimostratosi di non essere più il famigerato fuorilegge che aveva fatto tremare le varie città messe a soqquadro, con un malcontento prolungato e con una decisione, quella di andare al Milan, forse mai realmente desiderata e deglutita.

C’è un nuovo pistolero in città, Con idee ben differenti che cominciare dal numero di maglia , perché in alcuni casi è meglio appesantirsi troppo il destino e non confrontarsi con nessuno. Krzysztof Piatek, classe 1995, è un ragazzo che ha ancora tutto da dimostrare e confermare, ma che ha già cavalcato le praterie della Serie A con dimestichezza degna di un veterano , piazzandosi tra i capocannonieri della competizione, in rossonero sulle spalle avrà la numero 19.

D’altronde dalle parti di Milanello negli ultimi anni, sono passati diversi attaccanti che di volta in volta hanno infilato la maglia del bomber di razza, senza però mai rispettare le attese del goal che si vedeva in maniera discontinua e mai convincente.

Ora il Diavolo si affida ad un giocatore che ha fame e voglia di gonfiare la rete alle spalle del portiere avversario, una caratteristica che lo rende partente del suo nuovo compagno di reparto Patrick Cutrone, accomunandoli il modo di vivere l’area di rigore e il futuro, che gli strizza l’occhio per la loro età. È tempo di fare la scorta di munizioni, il rumore che i tifosi vogliono ascoltare Nella maniera più frequente possibile, è quello di una pistola polacca che vuole sparare, senza davvero fermarsi mai.

La nave deve arrivare al porto

Gennaro Gattuso, allenatore del Milan.

Da premettere che la strana situazione capitata agli uomini di Rino Gattuso, non è una di quelle ferite che si cicatrizzano solo con il tempo che passa e senza starci lì a pensare. La burrasca che attraverserà la squadra nel prossimo periodo avrà indubbiamente delle ripercussioni sulla classifica, che sarà vittima di partite prive di perni fondamentali per i meccanismi del tecnico calabrese, difficilmente rimpiazzabili. Non si vogliono mettere le mani avanti, ma è un campanello d’allarme che risuona  prepotente nelle nostre teste, sintomo della nostra consapevolezza e convinzione dei limiti della rosa al completo, figurarsi in una situazione come questa.

Ma che soluzione può adottare Gattuso?

Si è parlato di un possibile adattamento di Frank Kessiè come centrale di difesa, priva del suo capitano oltre che di Caldara e Musacchio. L’ex centrocampista Atalantino avrebbe già ricoperto quel ruolo in passato e potrebbe rispolverarlo per mettere una pezza sulla situazione difensiva rossonera. 

Altra ipotesi riguarda il difensore Stefan Simic, aggregato alla prima squadra è un centrale difensivo di ruolo, ma i dubbi sono legati alla sua esperienza in palcoscenici mai calcati prima d’ora e potrebbe non essere pronto a fare l’ulteriore passo in avanti così velocemente.

La situazione tattica che invece potrebbe più di tutte ingolosire l’allenatore del Milan è quella di giocare con una difesa a tre mascherata, possibile grazie a due giocatori duttili tatticamente come Rodriguez e Laxalt. Il primo citato, andrebbe a completare i tre di difesa in fase di costruzione della manovra, prendendo le redini di Romagnoli sul centro sinistra che inizierebbe la manovra di gioco  proprio come il capitano. L’uruguagio invece, potrebbe giocare nei 4 di centrocampo come esterno in fase di possesso palla, per poi scalare in difesa e fare il terzino sinistro ,quando saranno gli avversari ad attaccare i rossoneri.

In pratica sulla carta un vero e proprio 3-4-3, per poi trasformarsi nelle varie fasi di gioco in un 4-3-3 già collaudato  in questa forma contro Samp e Genoa a San Siro. Così facendo  si potrebbe addolcire una circostanza catastrofica , che potrebbe comunque non bastare per portare la barca al porto sana e salva.

C’è bisogno di sviluppare velocemente una capacità di sacrificio collettivo, consapevoli che non si potranno vedere per forza delle belle cose, ma si dovrà cacciare un grande cuore per rimediare ad un’altra sventurata annata che può ancora non essere compromessa, arrivando alla terraferma di gennaio che potrebbe far respirare noi tutti , magari con qualche innesto e il recupero di alcuni infortunati.

La plusvalenza che non ti uccide ti rende più forte

Lo si dice di solito rispetto a qualcosa che per X motivi si ha paura a fare ma che al tempo stesso va superata, la paura intendo. Metto le mani avanti, così nessuno potrà dire di non aver capito: la sconfitta di ieri non è colpa di Donnarumma. Il gol d’Icardi è colpa di Gigio, non la sconfitta; che poi le due cose siano consequenziali, credetemi, rileva poco. O nulla addirittura.

La partita l’avete vista tutti, perciò non vedo a che serva “aiutarvi” a capire ciò che avete visto e con ogni probabilità capito di questo amaro Derby. E mi spiace prendere spunto dai social, ma oggi da dove dovrei? Nella mia cerchia non ci sono così tanti milanisti, quasi nessuno, perciò gli umori io da lì li prendo… Twitter soprattutto, ma un po’ anche Facebook, Instagram. E lì mi pare che regni la confusione (sul Milan come su tanto altro, mi direte, ma fermiamoci al Milan), persone che non riescono ad andare oltre l’amarezza, spesso l’incazzatura, e trasformano la frustrazione in argomento. Non lo è, mi spiace. Ogni analisi pretende calma, silenzio, dunque ragionamento.

Se vi rode il sedere e basta, beh, smettete di leggere: non ho ragioni da opporre a chi, non a torto, proprio non vuole arrendersi a quanto accaduto ieri dopo il ’90. Con la pancia non si viene a patti, e non mi è estraneo quel fuoco che brucia dentro dopo aver visto una delle partite più importanti dell’anno capovolte al fotofinish, in quel modo peraltro. Se invece vogliamo provare a discuterne, fosse anche solo per tentare di esorcizzare, accomodatevi. Mi fa piacere.

Vedo di andare dritto al punto: chi se la prende con Gattuso ha saltato troppi passaggi. L’atteggiamento che Rino sta trasmettendo a questa squadra, inutile negarlo, è tremendo: chi sposa la strategia del «prima non prenderle» resta vedovo più prima che poi. Questa remissività, quasi questo negarsi, fanno male, anzitutto da spettatori; leggo dovunque che è bello guardare ‘questo’ Milan giocare, ma da spettatore appunto, non da tifoso, vado ripetendo(mi) da settimane «ma che davvero vi diverte?». Per quanto mi riguarda, non vedo così tante differenze con quello di Montella, che mi contrariava alquanto, perché improduttivo, macchinoso, se non in quei rari momenti in cui, per l’appunto, produce (una serie di passaggi più elaborata che ti porta al tiro magari, senza per forza il gol).

Invece no, non credo che questo Milan produca del «buon calcio», e lo dico da spettatore, uno che da una partita vuole essere intrattenuto, trarre piacere non tanto dal risultato ma da quei seppur sporadici (anche se, si spera, più frequenti possibili) episodi di godimento estetico che giustificano lo stare a guardare ventidue ragazzi che spostano un pallone. Da tifoso mi spossa proprio, perché alla noia si aggiunge il fastidio, la consapevolezza sempre meno sormontabile che l’asticella oltre a quell’altezza non possa essere alzata.

Ed è qui che si spiega il feedback di ieri; qui che l’1-0 acciuffato per un pelo assume una consistenza che ci consente di guardare a tutto con altri occhi. Perché il problema non è il Milan che ha perso, ma quello arrendevole, oltremodo cauto, pavido che stava rosicchiando un punto che forse nemmeno meritava. La sconfitta brucia perché matura a seguito di un errore brutto di un ragazzo che di errori ne sta inanellando troppi e sempre meno tollerabili, giovane o meno che sia. Ma quel Milan lì, quello che arrivato palla al piede a centrocampo nel secondo tempo non sapeva che diavolo fare, beh, quello restava anche se, per assurdo, il colpaccio l’avessimo fatto noi.

Quel Milan non si può vedere, figurarsi seguire. So che a questo punto chi ha avuto la pazienza di arrivare sin qui esclamerà: «visto che stai dando ragione a noi! Rino fuori!». No, non sto dando ragione a nessuno. Non si tratta di stabilire chi è in torto, perché la situazione dinanzi alla quale ci troviamo è espressione di una serie di concause, come tutto nella vita. Se vogliamo scagliarci con colui che in questo momento è più esposto, giustamente, canalizzando la nostra delusione, la nostra ira persino, verso di lui, facciamolo pure. L’unica è… a che pro?

L’ho spiegato in precedenza, temo dovrò ripetermi. Gattuso è qui perché chi realmente “volevamo” non era al momento alla nostra portata. Se chiedete a me, autore di questo scritto, anche a costo di essere impopolare, dico che una chance Rino se la meritava, che le sue carte lo scorso anno se l’è giocate dignitosamente; ma questo ha senso proprio alla luce del fatto che Antonio Conte (facciamo nomi e cognomi) non fosse raggiungibile ad agosto. Se devo puntare su un ripiego, mi tengo l’allenatore che ho, con in più, non nascondiamocelo, la scusa di poterlo usare a mo’ di parafulmine rispetto al vero problema. Quale?

La rosa. Signori miei, questa rosa, che vanta persino alcune individualità notevoli, e che sulla carta non è da buttare, semplicemente è frutto di tre diverse gestioni, ciascuna con le proprie idee (o non-idee) a priori diverse. Si tratta di una tara strutturale che fa tutta la differenza del mondo, e che nemmeno un Conte può contribuire ad aggiustare. Per questo, immagino, l’ex-tecnico del Chelsea avrà a ragion veduta preteso delle garanzie, ossia avrà fatto dei nomi sui quali sta o cade la sua candidatura. E sapete che c’è, per l’ennesima volta? Quei nomi per ora non ce li possiamo permettere, oooohhh. Elliott non si discute, ma anche fosse per sola facciata, non puoi andare a prelevare tre/quattro Top-mondo come se il triennio 2014-2017 non sia mai esistito e questa nuova proprietà non dovesse risponderne.

Il risultato è una rosa male assortita, fatta di giocatori che non sono né potevano essere scelte dei sin troppi allenatori che si sono avvicendati in questi anni, come fossimo una provinciale qualsiasi. Nessuno è esente da responsabilità in questo senso: chi ha devastato un progetto tecnico che ci aveva portato a stare in alto per quasi dieci anni? Chi, l’anno scorso, su quelle macerie, non ha saputo ricostruire, se possibile, anzi, acuendo certi difetti poiché dava per scontato di avere quel tempo che non è riuscito a fabbricarsi? Insomma, perché Abate? E perché Chala? Perché Suso? Ma anche perché Bakayoko, Castillejo, Laxalt?

È evidente che Leonardo e Maldini non possono condividere tale responsabilità nella medesima misura delle due gestioni precedenti, ci mancherebbe, tanto più che i tre sopracitati andranno valutati a giugno 2019 (se giocheranno). Il punto è che qui non si fa un discorso di colpe, ché lascio volentieri ad altri: io, come tutti immagino, rivorrei il Milan, quello che il mercoledì mi costringe a fare i salti mortali per essere allo stadio o vederlo in TV, non il giovedì; quello che fino ad aprile inoltrato di ogni santo anno sta ancora lottando per qualcosa. Ma non ho più otto anni, e so che l’erba voglio cresce nel giardino del Re.

Siamo appena entrati nel XXI secolo, laddove bisognava entrarci almeno tre anni fa. Siamo in ritardo, con un progetto da ricostruire da zero, piegati da anni vissuti al margine non del calcio europeo bensì del già povero di per sé calcio nazionale. È tutto questo che Icardi ieri, in un istante, quanto gli è bastato per quella spizzata maledetta, ha estemporaneamente rievocato, innescandolo con una violenza inaudita. Quel gol, lo vedevo nei volti di chi mi stava accanto, sopra, sotto, di lato, lì in Curva Sud, è come se avesse acceso uno schermo negli occhi di tutti e ciascuno, che a mo’ di Cura Ludovico si sono dovuti sorbire le immagini di questi ultimi sette anni nel giro di pochi secondi, velocizzati ma non abbastanza da non capire che cazzo stessero guardando. E allora scatta qualcosa, forse la paura, la sensazione che davvero siamo lontani da ciò che ci eravamo prefissati, che oramai, diciamolo, quel posto non ci spetta più: ce lo si deve (ri)guadagnare.

È il tempo delle scelte difficilissime, a fronte delle quali anche i migliori sono preparati fino a un certo punto. Per dirne una, cosa fare di un ragazzo che non ha nemmeno vent’anni, baciato da un talento precoce e abbagliante, che al momento pare al contempo il suo più grande fardello? Per fortuna non sono io a doverla prendere questa decisione, ma non si può continuare a minimizzare i difetti di un portiere che tra i pali è un prodigio, mentre a un metro dalla linea di porta vale quanto un ragazzo qualsiasi, se non peggio. Ancor meno sostenibile il perdere certi punti se si pensa che in panca c’è un collega il quale avrà pure l’età che ha, ma è uno che fino a un’ora fa non sfigurava forse nel miglior Napoli di sempre, e che in ogni caso calcava ben altri palcoscenici rispetto ai nostri.

La domanda allora è: siamo in regime di ristrettezze, con una sentenza che grava sulla nostra testa, quantunque ancora non si sappia che forma avrà… vogliamo spenderla ‘sta plusvalenza? Lo so, Gigio è un patrimonio, e nessuna scelta è esente da controindicazioni. Nella fattispecie sin qui evocata: e se altrove diventa quel fuoriclasse che teoricamente già è? Ti mangi le mani e maledici il giorno che l’hai venduto, che domande! Ma adesso, a queste condizioni, col rischio addirittura di mettere a posto i conti, è così sconsiderato fare un sacrificio di questo tipo? Con un ragazzo che sì, ha tutto il talento che vi pare, ma (e lo dice in primis chi ne sa) non sta crescendo, anzi, limitatamente ad alcuni aspetti subisce proprio un’involuzione. Possibile che al quarto anno di Serie A non riesca ancora a piazzarsi decentemente, che non «senta» la porta? Non lo so, non mi chiamo Villiam Vecchi, ma a me questi mi sembrano problemi, ed anche piuttosto gravi.

Poi, chiaro che questi siamo e con questi giochiamo, ma a fronte di un progetto che porti dei sostituti degni (leggasi “più forti”), potremmo prendere in considerazione pure l’idea di parlare con Bonavenuta e Suso, spiegando loro che non possono essere più i nostri punti di riferimento, perciò o forzano le rispettive nature ed imparano a fare quello che pare non riescono a fare nemmeno sotto tortura (nel caso di Jack giocare a due, massimo tre tocchi; in quello di Jesus il discorso è più complesso, dato che gli si dovrebbe chiedere d’imparare a scrostarsi dalla sua mattonella, ergo cambiare proprio il modo di giocare) oppure una stretta di mano e ciascuno per la propria strada?

Solo nel caso del classe ’99, tuttavia, ci troveremmo davanti ad una plusvalenza eccezionale, anche qualora lo vendessimo ad un prezzo contenuto (cosa che non succederebbe, perché, se Elliott vende Donnarumma, lo vende al prezzo migliore possibile). Con il non felice trascorso di questo ragazzo, la testa e il carattere che sembrano non rispondere come dovrebbero, separarsi non sarebbe forse la soluzione migliore, per noi come per lui? Potremmo rischiare, cosa che di questi tempi non ci piace granché, e testare in prima persona fino a che punto sia vero che ciò che non ti uccide ti rende più forte.

La paura del buio

Gennaro Gattuso in panchina durante Milan-Chievo.

Immaginate una strada piena di curve e  di essere alla guida di un auto nel bel mezzo della notte, se decidete anche solo per 5 minuti di spegnere i fari, la catastrofe sarà imminente. Gli uomini di Rino Gattuso, fin dalla prima partita della nuova stagione, hanno palesato il difetto di spegnere la luce nel corso della gara praticamente ad ogni incontro. Anche contro il Chievo al Meazza, il Milan ha concesso un goal balordo nonostante la concreta vittoria, segno che però il problema esiste ed è reale, come gli zero clean sheet in campionato. Nelle scorse settimane il tifoso medio rossonero ha attribuito le colpe al tecnico calabrese, colpevole di non leggere la partita in corso d’opera e in alcuni casi, di non essere all’altezza della situazione.

Se siamo assidui osservatori dei match del Milan però, osservando i blackout che accadono puntuali come lancette di un orologio svizzero, notiamo che il vero problema di queste momentanee assenze è di tipo mentale. I rossoneri esprimono per larghi tratti di partita un buon calcio con idee tattiche percepibili molto di più rispetto al passato, nel momento in cui i diavoletti rimangono al buio, subentra un’ involuzione caratteriale, forse un limite o mancanza di personalità che si manifesta sotto forma di errore individuale o di reparto. Come capacitarci di una squadra che gioca bene a calcio, d’un tratto si trasforma in una scolaresca che attraversa con insicurezza la strada?

La soluzione e cura di ogni male potrebbe essere il tempo, perché ci vuole del tempo per  questa giovane squadra che deve maturare insieme e capire quando  e come diventare grande. Probabilmente ci vuole anche convinzione ancora più profonda dei propri mezzi che esistono come non mai in questa stagione più di tutti gli  ultimi anni. Ci vuole un salto di qualità che deve partire dal singolo ed esaltare il gruppo intero per evitare di avere continuamente paura del buio, capire che in fondo i fantasmi non esistono e che quella luce può restare sempre accesa, non c’è bisogno di testare  se la paura è veramente passata, c’è bisogno di credere che non esista, pensare solo ciò che di buono si fa e non pensare agli incubi notturni.

Dopo Cagliari con chi prendersela?

Cagliari-Milan 1-1. Ma questo lo sapete già. Inevitabili, suppongo, le reazioni, con quella cantilena che fa «Antonio Conte dove sta?!» e trullallì trullallà. Ora che scricchiola pure la sediolina di Spalletti poi… apriti cielo! Sia mai che i cousins ci rubino l’allenatore del futuro, quello che riporterà il Milan ai fasti di un tempo. Ecco, cominciamo da lì: quei fasti non torneranno. Mai più. Già m’immagino il lettore, confortato nel suo pessimismo, oppure inveire contro quello del sottoscritto, che vede solo nero. In entrambi i casi, sbagliato.

I fasti di un tempo, per definizione, appartengono a un’epoca che non ci riguarda più. Questo è il nostro tempo, il post-Berlusconi/Galliani, quando Savicevic lo ricordano a malapena gli account social del Milan, così come i vari Pippo, Kakà, Maldini, Baresi e compagnia cantando. Il Milan che si deve costruire è quello del futuro, ed è un lavoro che si declina al presente. È bello ricordare quanto siamo stati grandi, per certi versi è pure utile… finché però non lo è più. A Roma Antica ricordare quanto fu grande, grandissima anzi, non servì a nulla allorché i Visigoti avevano già smobilitato mezzo mondo.

Ecco, i barbari. In regime di barbarie, lo dice la Storia, emerge, su tutto, un vuoto di potere; confusione e incertezza regnano sovrane, mentre non si capisce chi e perché debba prendere decisioni che valgono per tutti. Ci abbiamo sperato l’anno scorso, abbiamo sperato che l’oramai necessario avvicendamento di gestione avesse potuto apportare quel cambio di paradigma indispensabile, tanto che inizialmente siamo passati sopra a tutto, tra campagna acquisti dispendiosa e profili dirigenziali discutibili (ma non ce ne rendevamo conto, che erano discutibili intendo). Nei mesi abbiamo dovuto prendere atto che forse quelle erano solo le persone sbagliate al momento giusto, senonché anche loro sono oramai passate.

Ora abbiamo alle redini profili di tutt’altro tipo, forse spessore, tra uno navigato come Leonardo ed un neofita, almeno in quei panni, come Maldini. C’è da ben sperare, certo, ma non capisco chi ha abbassato la guardia, chi pretende che addirittura l’abbassino pure gli altri, come se a questi due nomi dovessimo tutto, ogni cosa. Maldini non si discute quanto ai suoi trascorsi, poco mi cala di cosa dica una parte più o meno nutrita della tifoseria. Senonché Paolo, il nostro ex-capitano, che la maggior parte di noi ha amato, al quale è sinceramente affezionato, oggi fa tutt’altro ed in base a quello dev’essere “giudicato”. I processi preventivi, quale che sia il responso, non hanno motivo d’essere. Perciò sì, siamo contenti, felici che Maldini abbia preso il posto che probabilmente gli spettava già da qualche anno, però calma e buon senso.

Perché parlo di proprietà e dirigenti anziché dei primi venti minuti di Cagliari? Ma perché, signori, date addosso a Gattuso quanto volete, il problema non sta lì anzitutto. Non si rimedia ai danni enormi di dieci anni di pessima gestione in tre/quattro, figurarsi in due mesi. Né questi quasi dodici mesi dell’era Gattuso bastano a riconvertire uno status quo insostenibile, dove a venire meno non è stato semplicemente un modulo, un’idea di gioco o che so io, bensì una mentalità, uno spirito, e quello non lo si recupera semplicemente cambiando il sedere di chi siede in panca.

Rino ha indubbiamente le sue “colpe”, responsabilità che gli toccano, dovute a X motivi (inesperienza? fissazioni? paura? Scegliete voi). Ma è del tutto fuori luogo limitarsi alle sue d’inottemperanze, quando in quel rettangolo verde undici e più ragazzi se la giocano. E allora cominciamo (oppure continuiamo, a seconda) a tirare le orecchie a Suso, buon giocatore che in più di un’occasione ci avrà finanche tirato fuori da situazioni imbarazzanti, solo che è sempre più evidente che la sua presenza appare ingombrante, lui che si muove per i conti suoi al di là delle logiche di gioco della squadra, chiamato (da chi?) a togliere le castagne dal fuoco ad ogni pallone che tocca.

Diciamolo che Bonaventura è un altro buon giocatore, uno che nel Milan degli ultimi anni spiccava perché attorno a lui era la desolazione, ma che i fuoriclasse sono altri, per cui non capisco la sua ostinazione nel voler toccare la palla otto volte di troppo, quando la media di riuscita delle sue giocate oggettivamente non giustifica i rischi che si prende e ci fa prendere. Scagliamoci contro Donnarumma, che in Nazionale sarà anche un campioncino, mentre da noi incassa figure francamente barbine su tiri tutt’altro che irresistibili come quello di Zielinski a Napoli (il momentaneo pareggio) e Joao Pedro ieri. Ce ne sarebbe anche per altri, ma cominciamo da questi, coccolati e vezzeggiati da troppi, e sempre meno ragionevolmente.

Non si tratta di dare colpe, di trovare capri espiatori, perché se il Milan di oggi, 17 settembre dell’anno Domini 2018, è questo, di certo non ci si può limitare all’operato di uno o più singoli. Il fenomeno è decisamente più complesso ma la ritrosia a dire le cose come stanno non è ammissibile; non lo è tanto più in quanto necessaria la presa di coscienza circa determinate fattispecie. O vi pare che Maldini e Leonardo che si chiudono negli spogliatoi alla fine del primo tempo non significhi nulla?

Col lamentarci di Gattuso, che di per sé potrebbe pure starci, stiamo continuando a fare il gioco di chi ci vuole male. Non è lui, mi spiace, il motivo per cui questo Milan in campo è così privo di carattere e personalità; o meglio, non solo lui. Va detto, è evidente, che come la scorsa stagione se ne tessero le lodi per via del lavoro al cervello e la volontà di questa squadra, adesso s’ha da essere altrettanto onesti nell’ammettere che ci sia del suo in questo Milan palleggiatore ma senza mordente. Le condizioni però sono diverse: con un altro allenatore fino a novembre 2017, questi giocatori, che in larga parte sono quelli di oggi, dimostrarono di non avere nerbo, il che, unito all’atteggiamento di Montella, dentro e fuori dal campo, fu per noi fatale. Oggi queste stesse persone sono state sottoposte ad un lavaggio di cervello (per i gattusiani, «lavata di capo»)… il punto è che si stanno dimostrando impermeabili.

Non erano scarsi dopo Napoli, non sono divenuti campioni dopo la gara interna con una Roma che non sta certo messa meglio di noi. Allora cos’è? Perché questi cali, per cui andare sotto di 2-0 ieri, come giustamente ha dichiarato Gattuso, sarebbe stato addirittura giusto? Può essere che mezza vittoria strappata al gong dia così tanta sicurezza? Ci si può adagiare fino a questo punto perché un campione, lui sì, s’inventa una palla semplice eppure difficile come l’assist a Patrick qualche secondo prima del triplice fischio?

Mi spiace, non riesco a dare colpe a Gattuso per una mentalità del genere, se non altro perché anche i suoi più ostinati detrattori debbono loro malgrado ammettere che, se c’è una cosa che manca al nostro attuale allenatore, ebbene, non è certo l’indurre a qualsivoglia calo di tensione, il prendere sottogamba anche la partita sulla carta meno ostica. Il passeggiare di Suso sul palo preso nel primo tempo da un incredibile Barella a chi o cosa è attribuibile? Non mi si venga a dire che quello non è il suo ruolo, che Suso non deve marcare o stupidaggini simili: un conto è che su quel pallone non ci arrivi, che l’avversario ti sfugga comunque… almeno provarci, però, beh, quello ti tocca, stop.

Quanto a noi che tifiamo, si sta passando da un atteggiamento al suo esatto opposto nel giro di pochi tweet o secondi reali: da un lato c’è chi minimizza ogni cosa, optando per il solito, infruttuoso «benaltrismo» («macché, il problema è ben altro, mica ‘ste stupidaggini!»); dall’altro si registra l’ingigantimento della qualsiasi, ci manca solo che la ben modesta prova di Hakan sia dovuta agli scarpini giallo Uni Posca. Se Kessié spesso e volentieri non sa cosa fare con quel benedetto oggetto sferico ricoperto di cuoio, insomma, vogliamo ammettere che, malgrado sia un gran faticatore e che probabilmente senza di lui saremmo nella melma, cioè, lo si può dire che almeno un po’ un problema lo è? Eh ma non tocca a Franck impostare, lo deve fare Biglia, ci deve pensare Romagnoli, deve “creare” (sic) Suso et cetera. Ho capito, ma se si ritrova la palla tra i piedi ‘sto ragazzo ci dovrà pur fare qualcosa o no? Anche perché di palloni ne recupera non pochi, e non sempre lo smistatore di turno si trova in zona. Che si fa allora? Speriamo in un altro assist fortuito tipo quello culminato col gol di Higuain? Un rimpallo non casuale, certo, dato che l’ivoriano va in pressione sul difensore com’è giusto che sia, e gli va dato merito, però mica per mettere Gonzalo davanti alla porta dobbiamo aspettare un servizio della Gialappa’s.

Responsabilizziamoli ‘sti ragazzi, in alcuni casi anche stroncandoli (sportivamente), velatamente sfidandoli, dicendo loro che non sono all’altezza, se del caso. Al coro dei «vota Andonio, vota Andonio», per chiudere, dico: siete sicuri, ma proprio sicuri sicuri, che Leonardo e/o la società nuova non l’abbiano avvicinato nei mesi scorsi? E se Conte avesse detto no a «questo» Milan, a questa rosa, a fronte del fatto che qualcuno gli abbia fatto chiaramente sapere che per un anno si sarebbe andati avanti grossomodo con quelli che c’erano già, poi si vedrà? Pensate sia così assurdo credere che proprio Leonardo volesse l’ex-Chelsea e che, solo dopo aver capito che per il momento non fosse possibile, Elliott abbia ripiegato su Gattuso?

Molti faranno notare che Elliott diede fiducia a Gattuso già dal primo suo comunicato. Ma ragazzi, pensate davvero che Elliott non lavori al Milan da un anno? Anche voi credete nella favola del Fondo che, preso atto dei 32 milioni mancanti, agisce in fretta e furia, quasi colto di sorpresa, e in due settimane imposta un’intera stagione, ricorso al TAS incluso? Suvvia, anche all’ingenuità c’è un limite. Siccome le condizioni sono queste e temo di avere capito quali siano le intenzioni di proprietà e dirigenza da un po’, a maggior ragione mi sembra opportuno mettere in guardia da questo tormentone, dissuadendo, per quanto possibile, dallo scaricare ogni singola colpa su Gattuso. In tutti gli ambienti l’allenatore è l’elemento più vulnerabile, fa parte del gioco, ci mancherebbe. Nel Milan che immagino io e che soprattutto vorrei, non è nemmeno contemplata l’ipotesi di un ambiente in cui s’inneggia all’esonero ogni due per tre, come fossimo una provinciale qualunque. Specie quando le attenuanti ci sono eccome, nonostante là fuori ci s’impegni a distoglierci da tutto ciò.

Animali fantastici e come annullarli

Uno parte dal presupposto che grossomodo certe dinamiche oramai si conoscano, applicate a svariati ambiti, il calcio nemmeno tra i primi di questi. La faccio breve: state leggendo in questi giorni cosa si sta scrivendo preventivamente del Milan di Rino Gattuso? Non siamo in tribunale, perciò a voi l’onere della prova. Nulla di particolarmente grave o addirittura ingiurioso, giusto lo scricchiolio lieve ma incessante di una macchina che lavora, gli ingranaggi che girano.

Le facce di Gattuso dai primi di luglio fino a qualche settimana fa mica ce le dimentichiamo, per niente; la prima conferenza stampa del 9 luglio, poi, tre quarti d’ora di manifesto surrealista con un fantasma (Mirabelli) ed uno che aveva la faccia di chi per la prima volta vede i fantasmi (Gattuso). Dichiarazioni d’ordinanza, siamo a dieta, vediamo, cercheremo di capire, lo so, non lo so etc. Ma quella conferenza, in fondo, la si poteva pure guardare senza audio: bastavano i volti, in primis quella del mister, appunto. Tutto quello che c’era da dire ma che non poteva essere detto passava da lì, dal suo sguardo a tratti perso nel vuoto, le sue espressioni, l’aria cupa, il solito silenzio a fare da sfondo, solo che questa volta divenne funereo.

Ora stiamo meglio, è evidente, lo spartito è cambiato; e non saremo certo noi ad inoltrarci in dissertazioni sul futuro di questo o quello, men che meno societario, ché in ballo ci sono troppe cose, tali per cui non se ne esce dicendo «oh, ma questi sono quelli che hanno fatto fallire l’Argentina, oh!» (sic). Non è mistero, tuttavia, che da quando Mirabelli e il Milan hanno preso strade diverse, Rino ha cominciato a sperimentare qualcosa di molto simile al vuoto sotto i piedi. Vi sono teorie, d’altronde questa è l’epoca delle teorie, alcune plausibili, altre incredibili, altre ancora indicibili; ma a noi non interessano di nessun tipo, non perché, sotto sotto, non ci piaccia farci sfiorare da certe cose, ché in fondo fanno parte del «pacchetto intrattenimento». No, è che in certi casi bisogna avere un po’ di buon senso e un briciolo d’amor proprio: avete una teoria stravagante? Indagate, leggete, coltivatela… ma non spiattellatela ai quattro venti dei social, ché ve l’ammazzano nella culla, e magari fanno pure bene.

Le pressioni, però, quelle sono evidenti: a qualcuno l’idea che Gattuso riesca nell’impresa non dà pace. Non so se costoro abbiano in uggia il Milan o proprio non sopportano l’idea che questo incazzoso gallaratese di adozione alla fine la spunti. Ma non vedo il senso, o forse lo vedo ma non lo condivido, nell’insistere con questo banco di prova forzato. Cosa accada dietro le quinte non lo sappiamo, però intanto Elliott citò Gattuso già nel primo comunicato, ha insistito con lui in relazione alla campagna abbonamenti, e se anche tutto ciò rappresentasse una forma, bene, evviva, basta con la trasparenza, che al massimo è pornografia.

C’è già chi chiede la sua testa qualora tra Napoli e Roma non arrivassero non dico 2 ma addirittura 4 punti. Non scherziamo, su. Di punti alle prossime due giornate potremmo pure farne 6, ma senza condizioni, senza messaggi sibillini da parte di chi col mondo Milan non c’entra niente. A questo punto vi starete chiedendo: ma se non c’entrano nulla a noi cosa importa? Ecco appunto, nulla. Infatti è a voi che ci leggete che ci rivolgiamo, invitandovi, nel nostro piccolo, ad una cosa ed una soltanto: non cascateci. Per quello che vale, lasciate perdere gli avvelenatori di pozzi.

Qui hanno paura che, dopo aver fatto cilecca l’anno scorso, il Milan rischi davvero di risollevarsi, di tornare ad essere il Milan, dopo che l’anello è stato distrutto, Sauron sconfitto ed il re (Paolo) è tornato. Chiedo preventivamente venia se quanto sto per scrivere possa suonare vagamente paternalista, dato che non è mia intenzione, ve l’assicuro. Ma non crediate che i giocatori, che sono per lo più dei ventenni ricchi e fortunati, vivano in un’altra dimensione; non oggi, non in questa nostra epoca, per certi versi becera, per altri meravigliosa. Vi leggono, s’informano, sanno quello che gli accade attorno. Alcuni se ne sbattono, può darsi, altri però magari non hanno il pelo sullo stomaco e quando apprendono certe cose si fanno due conti e chissà quali pensieri si affacciano alle loro menti.

Prendete il possibile innesto di Musacchio al posto di Caldara: ma davvero con nemmeno un mese di preparazione alle spalle dovremmo rischiare di bruciare anzitempo un ventiquattrenne per cui fino all’altro ieri la difesa a quattro era praticamente un personaggio omerico? Contro Napoli e Roma? Così, pronti via? Ok, la conosciamo la storia che ce l’hanno venduto quanto un Bonucci, senonché i conti e le cifre non dicono tutto il resto (fermo restando che l’operazione Caldara è inconcepibile slegata da quella per Higuain, ma va bene). Abbiamo davanti una stagione e già ci dividiamo su scelte che francamente sono quasi scontate, figurarsi quando alle nostre orecchie giungeranno quelle più rischiose, davvero impopolari, specie a centrocampo, dove la parola d’ordine, almeno da qui a gennaio, sarà «creatività».

Per un anno, leggendo qualche blog e forum, mi sono chiesto: ma cosa stiamo diventando? Mi credevo che dall’altra parte di Milano e solo lì vi fossero certi personaggi, che al secondo cross a tre metri dalla traversa partono coi fischi e non ti lasciano più in pace. Qua sembra quasi vi sia già chi ha la bava alla bocca al solo pensiero di poter urlare: «VE L’AVEVO DETTO!». Sì, ce l’avevi detto… dunque? Ché non lo sappiamo a quali rischi andiamo incontro consegnando un progetto come il nostro ad un tecnico oggettivamente poco esperto, quantunque uomo di calcio a 360 gradi? O vi pare che a noi tutti siano bastati tre mesi un attimo più ordinati per dire di avere in casa il nuovo Guardiola?

Il punto è un altro: chissenefrega. Figurarsi, con tutti i demeriti e le uscite fuori luogo dopo il suo esonero, non m’interessava manco dell’affaire Montella. Capisco il desiderio di chiacchierare, animarsi su queste cose, ma un piccola iniezioncina di realismo basta e avanza per curare il male; ed il realismo dice che non solo si comincia con Gattuso seduto sulla poltrona che scotta, ma soprattutto che ogni milanista dovrebbe sperare in un esito quanto più positivo di tale esperimento, pena dover rinviare di altri 12 mesi ciò che andava cominciato non l’anno scorso, ma addirittura cinque anni fa.

Lungi da me anche solo tentare d’impedirvi il divertimento (sarebbe possibile? e a che pro, peraltro?). Discutiamo, se del caso anche alterandoci, ché negli affari di cuore s’ha da essere compresivi e un po’ elastici. Scriviamo, perculiamo facendo fondo ad ogni minuscola goccia di sarcasmo che abbiamo in corpo. Per carità, fate come volete. Ma non state lì col telefono in mano, pagina aperta su un social a caso, hashtag d’ordinanza e manine pronte a digitare. Tenetevelo quel commento. Sì proprio quello; resistete alla tentazione, anche quando assisterete a una cappellata brutta di qualche nostro giocatore, ad una mossa scellerata del nostro allenatore, al risultato di una scelta sbagliata presa da Leonardo. Resistete, vi dico, resistete. Anzi, resistiamo. Fino a gennaio almeno, il miglior tweet sarà quello che non abbiamo scritto.

Si riparte, sotto il segno del «diciannove» e «siamo a posto così»

Diciannove. Il numero del capitano della scorsa stagione, certo, ma soprattutto quello dei giocatori transitati dal Milan in un anno. Undici lo scorso anno, otto questo. Diciannove. Giustamente ci si domanda cosa vorrà dire, a prescindere dalle ovvietà, per esempio che il Milan dell’ultima gestione Berlusconi-Galliani andava rifondato, per usare un eufemismo. Di quel progetto là portiamo ancora i segni, beffardamente evidenziati proprio venerdì dall’elegante uscita di scena di tale Marchisio Claudio, un professionista che, con ancora due anni di contratto che lo legavano alla società più aziendalista d’Italia, ha preferito defilarsi e trovare fortuna altrove per quest’ultima parte della propria carriera. Che Dio l’aiuti. Da noi c’è chi altrettanto buon senso non ha avuto, nemmeno in considerazione del fatto che oggi non è nelle condizioni di dare al Milan ciò che Marchisio avrebbe forse potuto ancora dare alla sua Juve (o forse no). Diciannove, dicevamo: come l’anno in cui ci apprestiamo a entrare, nel corso quale inevitabilmente ci aspettiamo segnali forti, magari non decisivi, ma potenti.

Mesi addietro, come un disco rotto, andavo ripetendo ad amici e conoscenti che del mercato in entrata mi sarebbe interessato poco; intendiamoci, non perché non vi fosse bisogno di nuovi innesti. Il mio ragionamento verte(va) sul fatto che il Milan di oggi sta ancora scontando certe colpe del passato, e lo fa mediante la presenza in rosa di quei giocatori che, sfortunati quanto si vuole, Milanello avrebbero dovuto lasciarlo tempo addietro. So di toccare un nervo scoperto, in un senso o nell’altro, ma non posso farci alcunché se nel calcio non conta solo il calcio. Fino all’ultimo Leonardo ha provato ad accomodare soluzioni che soddisfacessero tutti, sebbene l’impressione è che in uscita a venirne fuori un po’ più ammaccata sia stata la società anziché i singoli giocatori.

Kalinic Nikola, vice-campione del Mondo senza medaglia e super campione d’Europa con medaglia annessa, se ne va ad un prezzo che a quanto pare, dicono i contabili, non ci aiuta granché ma tutto sommato nemmeno ci danneggia troppo. Bonucci Leonardo, il presente assente della scorsa stagione, emblema di una proprietà dalla consistenza analoga, andava accompagnato alla porta in ogni modo lecito, ed in fondo lo scambio alla pari con Caldara ci sta soprattutto in considerazione del fatto che si è trattato della chiave di volta per sbloccare Higuain. Gonzalo, GH9. È lui la vera bomba del nostro mercato, la seconda della serie A dopo colui per cui è stato allestito un Truman Show di dubbio gusto il giorno stesso che ha messo piede nella Penisola. Sulle spalle del centravanti argentino e del nostro splendido giovane comasco, Patrizio, l’intero peso di un attacco che come minimo deve fare meglio dell’anno scorso, obiettivo alla portata (ché se non lo fosse, davvero, meglio non pensarci). Nota a margine per Manuel Locatelli e André Silva. Per quanto riguarda il classe ’98, figlio nostro, specie alla luce di come si sono conclusi i lavori, non sarebbe stato affatto male dargli un’ultima chance – per quanto mi riguarda meritava lui molto più di altri. Quanto al portoghese, apprezzato da alcuni, detestato da molti, mi spiace: il ragazzo i numeri ce li ha, non scherziamo; forse, come dicono, non era ancora pronto per il nostro campionato, forse, ancora più probabile, deve ancora limare certe asperità caratteriali, certamente non avrebbe accettato il ruolo di terza punta, ed il suo procuratore in tutto ciò non è stato certo dalla nostra parte (e speriamo che il 9 e il 63 non prendano nemmeno un raffreddore). Pero oh, è un altro che avrei voluto vedere messo alla prova un’altra volta. Entrambi sacrificati sull’altare dei conti, ineludibili.

Sui vari Bakayoko, Laxalt e Castillejo, ultimi arrivati, mi sembra opportuno sospendere il giudizio. Si tratta di pedine da cui ci si può aspettare di tutto, meraviglie così come delusioni cocenti. Non dei fuoriclasse, certo, sebbene chi scrive coltivi un debole per Laxalt, e da tempi non sospetti – un mio caro amico, genoano, incassò i complimenti del sottoscritto due anni or sono, con un bel «è l’unico dei vostri che prenderei, mentre invece ci mandate sempre quelli sbagliati». Bakayoko viene da dodici mesi non esaltanti a fronte di una stagione al Monaco che lo aveva trasformato nel sogno proibito di chissà quanti (chissà, non ricordo), mentre di Castillejo si parla in termini di vice-Suso, laddove i pochi stralci visionati su YouTube paiono suggerirmi qualcosa di diverso. Ad ogni modo, il Milan la scorsa stagione, tra le altre cose, ha sofferto la penuria di rincalzi, in alcuni casi proprio la totale assenza. Sanno pure i custodi dei campetti di periferia che senza una buona panchina non si va da nessuna parte, sebbene Gattuso dia l’impressione di essere più Sarriano che Allegriano, per cui se si fissa con quei 13/14 vai a capire che ne sarà degli altri. Toh, guarda caso quelli siamo, non da un punto di vista strettamente numerico ma ci siamo capiti.

Siamo a quel punto del discorso che vorremmo liquidare in fretta e furia, mentre invece rimestare in certe cose può essere a suo modo terapeutico. Lo ammetto: rientro tra quelli che in Milinkovic-Savic ci ha creduto forte. Non sperato, sia chiaro… ero proprio persuaso che, in un modo o nell’altro, sarebbe stato nostro. L’incognita, da par mio, non era il FPF, la (non)potenza di Elliott o che so io. No. L’incognita era Lotito Claudio, che non a caso si è dimostrato ancora una volta terribile controparte in una qualunque trattativa, figurarsi in relazione al suo pezzo più pregiato. Ora, se di trattativa si è trattato, sì o no, non saprei: non conosco personalmente nessuno che avrebbe modo di confermare o smentire. A occhio mi pare che qualcosa di più di una semplice «consultazione» vi sia stata. Leonardo smentisce categoricamente, e a noi non rimane che prenderlo in parola. Se avessi però voluto vaneggiare, così, giusto perché non saprei come allungare il brodo, avrei scritto che per Elliott presentarsi con una trattativa così lunga ed estenuante uscendone a mani vuote avrebbe rappresentato un biglietto da visita non in linea coi loro standard, e siccome sapevano che non sarebbe stato affatto semplice, tra paletti e venditore, meglio negare sin dall’inizio, «nenti sacciu e nenti ricu», così da un lato ti fai mediaticamente rispettoso agli occhi della UEFA (che comunque sono convinto sia stata consultata ogni due per tre), dall’altro non getti discredito su una realtà consolidata, sì, ma che qui da noi si conosce poco tra i profani, e che nel calcio, in fin dei conti, specie nel nostro, è neofita. Sono convinto anch’io che 120 milioni fossero troppi, sì, ma è stato bello, anzi stupendo sperarci, e secondo me Lotito ha fatto bene a resistere: non lo perderà di certo a poco, e chi sa che non abbia già avuto specifiche rassicurazioni in tal senso.

Nondimeno, sia chiaro, quali che siano le intenzioni nel medio-lungo periodo, Elliott non è un giocatore come tutti gli altri: la sua sola presenza rischia di mettere in discussione certi equilibri consolidati, dare una scossa a un sistema che, campanilismi a parte, ne ha estremo bisogno. Finora, ed è ancora presto, lo ha fatto con discrezione, oserei dire sottobanco, riprendendo dai capelli una squadra che fra un mese il giovedì sera si sarebbe limitato a preparare l’incontro della domenica sulla lavagna tattica. E guardate che non è poco, essere stati riammessi all’Europa League intendo, sul cui peso potremmo pure discutere fino al prossimo Capodanno cinese, ma che rimane un appuntamento al quale un Milan che aspira a cose grandi non può né deve mancare. Certo, il nostro «grande» per ora ha dimensioni ridotte, quelle di una competizione liquidata da molti con l’appellativo di «coppetta». La «coppetta» in questione, tuttavia, è l’anticamera per quella che è la nostra vera abitazione, perché il Milan sarà sempre in terra straniera solo finché giocherà in casa, sul suolo patrio, dove a regnare sono storicamente altri (gli ultimi sette anni sono un’anomalia e una conferma al contempo).

È evidente che il progetto sia stato costruito attorno a lui, Gennarino Gattuso da Gallarate, e non perché sui manifesti della campagna abbonamenti campeggi il suo faccione serioso. Gli sono stati consegnati alcuni tra i giocatori che aveva già chiesto a Mirabelli, e che non a caso erano già sotto la lente (vedi Castellejo). Capisco le ragioni di chi su quella sedia ci avrebbe visto il reduce inglese, Antonio Conte, ma negare che Gattuso meritasse questa chance non si rivela discutibile solo da un punto di vista, banalmente, umano. Per natura si è tutti precari, mica ‘sta cosa l’hanno inventata gli economisti (almeno questa), perciò se a fronte di una preparazione seguita personalmente ed un gruppo seguito da principio non porterà risultati, ebbene, chi di dovere tirerà le somme. E questo è il contraltare di quanto rilevato sopra circa il «costruirgli un progetto attorno». Sarà dura, è evidente, per via del contesto, delle premesse, dei sei terzini e quasi nessuna mezz’ala. Confidiamo che le immancabili difficoltà ne enfatizzino l’indole, quella di chi, nelle ristrettezze, si esalta e aguzza l’ingegno. Che coraggio però, va detto, nel non dotarlo di questa benedetta mezz’ala dai piedi buoni, merce rara da oramai troppo tempo, e puntare su due esterni come l’uruguagio e lo spagnolo, che sulla carta non corrispondono all’identikit del nostro ricercato, uno che, tra le altre cose, la mette dentro di tanto in tanto, a doppia cifra sarebbe magnifico.

Alcuni, a tal proposito, temono un Montella-bis, il che, entro una certa misura, rappresenta un rischio calcolato, nel senso appunto di aver tenuto in considerazione che una deriva del genere sia possibile ancorché (si spera) poco probabile. Abbiamo costruito e demolito già due volte in un anno, farlo una terza comporterebbe dei rischi notevoli, lato tecnico, di gestione, umano e mettiamoci pure finanziario. Lo sappiamo noi, lo sanno coloro che adesso prendono le decisioni. Ma, come si dice dalle mie parti, questa è la fidanzata, perciò ci si rimbocchi le maniche e sotto col lavoro. Ecco, in vista di questo nuovo corso, l’ennesimo, vorrei si ripartisse da qui, dal lavoro. Gattuso è certamente un gran lavoratore, Leonardo idem, gli emissari di Elliott immagino lo stesso. Roma non è stata costruita in un giorno e, come diceva Chesterton, non era amata dai romani perché era grande, bensì fu grande perché amata dai romani.

Non avvenga per noi, dunque, ciò che dice il protagonista di Boy Meets Girl di Leos Carax: «non mi piace realizzare i miei sogni, preferisco sognarli». Il tifoso milanista negli ultimi anni è sembrato questo qui, uno la cui squadra ha tanti sogni ma che in fondo preferisce restino tali, o perché considerati irraggiungibili o perché perché perché. Siamo stati abituati bene, tanto bene che la mancata ciliegina sulla torta di un mercato che sanno per primi loro, Maldini e Leonardo, essere stato estenuante ma per certi versi incompleto, sembra essersi subito tramutata in una scusa per mandare al diavolo Sansone e tutti i filistei. Nossignore. Al diavolo ci andranno gli altri, anzi, verrà lui da loro. Il calciomercato è puro intrattenimento, quantunque da tale attività di sollazzo dipenda almeno in parte l’andamento di una stagione.

Su Twitter ho visto gente incazzarsi, molti in maniera scomposta, altri sognare, altri ancora soffrire. Ebbene, tutte queste cose qui ci restituiscono un tifoso che ancora è vivo, a cui gliene frega qualcosa. Non me la sento di scagliarmi così veementemente contro i cosiddetti insiders o chi per loro; che abbiano fomentato molti utenti con dolo o meno è affare della loro coscienza. In alcuni casi hanno però intrattenuto, alimentato il fuoco di una tifoseria che mai come in questi anni stiamo scoprendo così eterogenea, a tal punto da essere frammentata, smarrita se vogliamo. Ma a differenza di altri, non ritengo sia un male: non credo vi sia un modo e uno soltanto per tenere alla propria squadra, sebbene amore e convenienza siano concetti universali, perciò passino le fasi alterne, purché non sia ammesso il letargo, che è la morte della passione. Senza contare che ieri si è chiusa questa sessione di mercato, particolarissima poiché condotta praticamente in un mese e a fronte di una situazione piuttosto incerta. Già a gennaio, sperando di aver capito cosa ne pensa davvero la UEFA di questa nuova proprietà, magari ottenendo ‘sto benedetto Voluntary Agreement che, francamente, ci toglierebbe buona parte delle preoccupazioni; ecco, magari a queste condizioni si avrà modo di lavorare meglio. Malgrado tutto, è vero, ancora per un po’ l’extra-calcio dovrà necessariamente essere sulla bocca di tanti, non si scappa.

Quale che siano le somme di questa sessione di calciomercato, ad ogni buon conto, sappiamo già che basterà uscire dalla metro e trovarsi davanti quelle mastodontiche colonne, entrare dalla solita porta accompagnati dall’odore di salamelle arrostite, salire per le scale e poi trovarsi davanti quell’immagine lì, sempre la stessa eppure ogni volta diversa. Poi inizia la partita, la palla si muove, ventidue persone la rincorrono e tutto ciò che viene dopo. Così fino a maggio. Maggio, quando potremo finalmente affermare in maniera meno equivocabile possibile ciò che di buono e/o di cattivo è stato fatto.

Tra il saldo zero e un SMS mancato: il mercato di Leo e Paolo

Leonardo e Paolo Maldini.

La campagna acquisti del Milan si è chiusa senza Milinkovic-Savic, ma non possiamo non dirci contenti di questo mercato

Il mercato del Milan si è concluso senza il botto. Lo avevano anticipato i giornalisti più autorevoli che frequentano Casa Milan, lo aveva confermato la società e così è stato, con buona pace di insider o sedicenti tali che per settimane ci hanno bombardato di indiscrezioni su grandi colpi last minute. Il nome di Milinkovic-Savic ha infuocato la nostra estate e turbato le notti di molti di noi, ma rimarrà soltanto un sogno nel quale in tanti, chi più chi meno, abbiamo creduto e sperato, spinti dall’amore per i nostri colori e per la voglia matta di tornare a vincere. D’altronde era un colpo troppo bello (o meglio, oneroso) per essere fattibile, velleità di un agosto destinato a passare alla memoria dei tifosi come il mese dell’SMS mancato.

Ma lo scoramento per il mancato arrivo di Savic (e più in generale di una mezzala di qualità che manca da anni) non può oscurare quanto di buono è stato fatto. Perché il Milan esce dal mercato decisamente rafforzato, puntellato con logica in ogni reparto e con salvi tutti i gioielli più preziosi: gli otto acquisti totali (tre “cinesi” e cinque firmati da Leonardo-Maldini) offrono a Gattuso una rosa con maggiore qualità ed esperienza, meglio assortita e più profonda per affrontare tre competizioni. Si è detto e scritto per mesi che per la zona Champions sarebbero serviti un centrocampista completo, un ricambio sugli esterni d’attacco e un centravanti di livello: il Diavolo ha centrato tutti e tre gli obiettivi e mantenuto quasi al completo lo zoccolo duro che tanto ha fatto bene nello scorso girone di ritorno.

Tra i “nuovi” spicca per distacco Gonzalo Higuain, il bomber da 20 gol che è mancato a Montella prima e a Rino poi. Tra i primi cinque centravanti del mondo e con una fame di rivincita sulla Juventus che è sinonimo di garanzia, il Milan ha finalmente trovato nel Pipita il campione che può risolvere le partite più complicate e assicurare a fine stagione le reti necessarie per puntare alla Champions. Arrivato, peraltro, a condizioni favorevoli e in un incastro che ha permesso anche l’approdo di Caldara, il miglior sostituto possibile di Bonucci per potenziale e futuribilità: un’operazione da applausi sia dal punto di vista sportivo sia dal punto di vista economico, il cui merito va attribuito a Leonardo.

Giudizio positivo anche per gli acquisti dei “giorni del Condor”, Bakayoko, Castillejo e Laxalt: saranno utili per allungare la panchina e regalare al mister preziosissime alternative agli uomini titolari e al modulo base del 4-3-3. TB14 può giocare davanti alla difesa e da interno, permettendo un agile passaggio a una mediana a due in ottica 4-2-3-1, mentre lo spagnolo sarà un cambio all’altezza sugli esterni alti sia a destra sia a sinistra, per la gioia di Suso e Calhanoglu. L’ex Genoa, invece, sarà il jolly della fascia sinistra: potrà giocare da terzino, ma soprattutto agire da quinto di centrocampo che copre bene tutta la corsia quando Gattuso vorrà passare alla difesa a tre.

Più dubbi sul trio di parametro zero Reina-Strinic-Halilovic lasciati in eredità dal duo Fassone-Mirabelli. Pepe è un portiere di indubbie doti e carisma, ma averlo ingaggiato (peraltro a cifre blu) senza aver venduto Donnarumma è stato incauto e costringerà il Milan ad avere un parco portieri affollato e costoso; se non altro, avere al fianco uno come Reina sarà di aiuto a Gigio per riprendere la crescita interrotta nella scorsa pessima stagione. Meno controindicazioni per i due croati: Halilovic è una scommessa su cui abbiamo poco da perdere e tutto da guadagnare, mentre Strinic è una riserva dignitosa e affidabile, anche se le scarse condizioni fisiche e la presenza di altri due terzini sinistri di ruolo lo relegano ad oggi ai margini della rosa.

Altro punto importante da sottolineare nel giudizio sul mercato è che il Milan, seppur privo di paletti formali imposti dalla UEFA, si è mosso rispettando il Fair Play Finanziario, realizzando un mercato a saldo zero tra operazioni in prestito e arrivi a titolo definitivo finanziati dalle cessioni (su tutte Kalinic, Locatelli, André Silva e Bacca). E senza cedere nessun pezzo pregiato a eccezione del fu capitano Bonucci, desideroso di tornare alla Juventus: un plus indiscusso sull’operato della dirigenza, costretta peraltro a pianificare e realizzare tutto il lavoro nella miseria di tre settimane.

Insomma: il mercato di Leonardo, in attesa del giudizio del campo, è promosso. La rosa non è priva di lacune (pesa la mancanza di un centrocampista di qualità, ma chissà che Calha non possa sbocciare anche da interno), ma gli acquisti sono stati mirati per risolvere le maggior urgenze e la squadra ha nel complesso una propria logica. E guai a dimenticare il nostro recentissimo passato: appena un mese fa il Milan cinese aveva una proprietà fantasma, era fuori dall’Europa e a serio rischio default. Elliott ha riportato a Casa Milan stabilità economica e societaria, oltre che credibilità, competenza e senso di appartenenza nella dirigenza: elementi necessari perché un club raggiunga successi sportivi, anche più di un colpo da 100 milioni. Godiamoci una campagna acquisti oculata e chirurgica, ma soprattutto una società finalmente da Milan.

Straordinariamente, meravigliosamente, incredibilmente Higuain

Gonzalo Higuain riceve l'affetto dei tifosi milanisti in Piazza Duomo

Il sogno è realtà: Higuain è il simbolo di un Milan che torna a essere Milan. Ora tocca a Rino, ma anche a noi tifosi

Abbiamo un attaccante da Milan. Ci è mancato sei anni e, abituati a campioni come van Basten, Weah, Shevchenko, Inzaghi e Ibrahimovic, abbiamo sofferto. Un centravanti sempre presente all’appello, deus ex machina in pomeriggi e serate complicate, capace di segnare ovunque e comunque e di far fibrillare San Siro solo a sentirne il nome. Finalmente, con Higuain, torniamo a vantarlo. Ed è più di un grande giocatore che indossa la maglia rossonera: è un passo importante verso il ritorno del Milan alla sua “normalità” dopo anni di vacche magre e di gestioni societarie tra il grottesco e il tragicomico. Perché se un qualunque “9” di livello sposta (lui per davvero, ndr) gli equilibri e permette il salto di qualità, con il Pipita ci siamo assicurati uno dei top d’Europa, da fare invidia a tanti club che si giocheranno piazzamenti importanti nella prossima Champions. Abbiamo preso il meglio che offrisse il mercato e lo spessore sportivo e “politico” di queste settimane targate Elliott parlano chiaro: il Milan sta tornando.

Un anno fa Higuain sarebbe stato solo un sogno, oggi è una realtà fin troppo bella per sembrare vera. Chi meglio del top scorer dell’ultimo lustro di A può risolvere il  nostro problema del bomber e farlo diventare in un sol momento un punto di forza, in un periodo di apparenti ristrettezze economiche e di ansie per i paletti UEFA? Nessuno. Ha tutto: potenza, tecnica, precisione, freddezza, garra, esperienza e mentalità vincente. Basta un’occhiata distratta a qualche clip dei gol delle ultime stagioni tra Napoli e Juve: nel repertorio ha tutti i colpi a cui una punta ambisce. Oltre al notevole plus di interpretare ad altissimo livello il ruolo del centravanti moderno, sia killer nei 16 metri sia capace di giocate di qualità con i compagni e per la squadra: normalità per alcune squadre, notevole salto di categoria per chi in questi anni ha avuto o uno (Bacca e Cutrone) o l’altro (Kalinic).

Ma come tutte le trattative, anche quella per Higuain può avere dei contro. Al Milan non dovrebbe faticare a segnare i 15-20 gol che gli si chiedono per la Champions, ma dovrà riuscire in un’altra missione altrettanto importante: caricarsi la responsabilità del gruppo in campo e nello spogliatoio. E lui, goleador completo che sa anche giocare a pallone, non è mai stato il trascinatore caratteriale delle sue squadre. A Real, Juve e Argentina era uno dei tanti campioni, mentre a Napoli è stato “solo” uno straordinario leader tecnico: qui dovrà dimostrare di avere spalle larghe per sostenere il peso pure i tanti compagni giovani. I timori sul fisico, invece, sono stati spazzati via. Gonzalo si è presentato tirato a lucido come non mai e non fatichiamo a pensare che abbia inciso l’essere stato “scaricato” dalla Juve come un giocatore qualsiasi. Il campione, se toccato nell’orgoglio, sa trovare motivazioni ed energie insospettabili. Saremo noi a goderci la sua rivincita.

Imbeccare e rifornire il bomber di razza sarà compito sia dei nostri uomini di qualità  (Calhanoglu, Suso, Bonaventura, in attesa di altri rinforzi dal mercato tra centrocampo ed esterni alti) sia di Gattuso (o chi per lui…), chiamato a confermare lo scorso girone ottimo anche nel gioco. Saranno all’altezza della situazione? Higuain arriva da esperienze diverse: nel Napoli di Sarri, da terminale unico di una perfetta macchina da reti, ha trovato una continuità oltreumana e battuto ogni record, mentre nella Juve di Allegri ha giocato più basso e limitato, senza replicare i picchi partenopei né trovando feeling col mister, finendo addirittura in discussione nonostante siano stati suoi i gol decisivi per lo Scudetto a San Paolo, Franchi e San Siro.

Due contesti agli antipodi che fotografano Higuain: un campionissimo che per diventare devastante deve giocare con l’entusiasmo e con la convinzione della sua importanza per la squadra. Il feeling con Leonardo (cioè con la società) è altissimo e si è toccato con mano nella presentazione, ma sarà necessario trovare la chimica anche con compagni e allenatore affinché scocchi la scintilla giusta pure in campo. Con i tifosi e con l’ambiente, invece, è stato amore a prima vista: il Pipita è apparso raggiante per l’accoglienza da Re anche oltre le dichiarazioni di rito, sinceramente emozionato di arrivare in un club glorioso come il Milan. Coccoliamolo, esaltiamolo e amiamolo come solo noi milanisti sappiamo fare con i campioni: riavremo finalmente un degno erede dei nostri grandi centravanti.

Un’altra batosta per crescere

Leonardo Bonucci ringrazia e applaude i tifosi rossonero dopo la finale di Coppa Italia Juve-Milan

Finale Juve-Milan da incubo per i rossoneri: il 4-0 è una batosta che ci umilia oltre quanto meritassimo

Il Milan ci ha creduto per 45-50 minuti, reggendo bene la pressione dei supercampioni d’Italia e provando concretamente a impensierire Buffon. Poi però ha ceduto di schianto, consegnando agli almanacchi una disfatta storica. Juve-Milan è stata una partita bipolare: nel primo tempo – con un’appendice in avvio del secondo – il Diavolo ha mostrato il meglio di sé, giocando compatto, corto e attento come piace a Gattuso, non concedendo mai a Mandzukic e compagni di spaventare Donnarumma. La ripresa però è da incubo e porta in dote una vera e propria batosta, invisibile all’orizzonte: la Vecchia Signora aggredisce alta, ma i primi costruttori rossoneri si disimpegnano bene ed eludono la pressione senza particolari patemi, difendendo compatti, ripartendo e arrivando a creare occasioni pericolose senza gonfiare la rete avversaria (ah, come manca il bomberone…).

L’inizio del secondo tempo milanista è più coraggioso. La squadra alza il baricentro, accenna una pressione qualche metro più avanti e crea palle gol (senza però colpire), iniziando a lasciare più spazi all’avversario. I talenti juventini – su tutti Dybala e Douglas Costa – non si fanno pregare e iniziano a ingranare. Appena prima dell’ora di gioco il fortino rossonero salta: bastano un calcio piazzato di Pjanic e una girata aerea vincente di Benatia. È il minuto 56: la finale di Coppa Italia finisce qui. I ragazzi perdono la trebisonda e prestano il fianco alle terribili fiammate bianconere, che non si fanno pregare e ammazzano la partita con la complicità di un Donnarumma tragicamente “paperoso”: prima Costa dalla distanza e poi ancora Benatia portano la coppa a Torino, prima che l’auto 4-0 di Kalinic renda la serata ancora più beffarda e indigesta per noi casciavìt.

Il poker di scarto è troppo pesante per quanto visto nei 90′, ma rispecchia in modo netto e crudele il gap tra le squadre. La Juve è un rullo compressore fatto di talento, mentalità vincente e abitudine ai trionfi, il Milan un gruppo in divenire di giovani di belle speranze bisognoso di una crescita generale e di qualche leader pronto ed esperto a cui aggrapparsi nei momenti di burrasca. Il passivo è ingenerosamente largo anche per gli infortuni di Gigio, ma l’andamento del match è stato chiaro: il Diavolo ha retto l’urto fino a quando è rimasto basso, compatto e in fiducia. Poi, saltato il tappo con l’1-0 e persi equilibrio e testa, la Juve ha dilagato. In finali con un divario tecnico così ampio servono una partita perfetta, pregare che l’avversario non sia in serata di grazia e sperare in un pizzico di fortuna: all’Olimpico è mancato tutto questo e torniamo a casa eccessivamente umiliati ma meritatamente sconfitti, consci che la strada per tornare ai vertici è ancora lunga e tortuosa.

Dalle sconfitte, anche le più brucianti, bisogna sempre trarre gli insegnamenti giusti per migliorarsi. Ripartiamo da quei 45-50 minuti in cui il vero Milan di Gattuso, compatto e orgoglioso, ha tenuto botta alla Juve, lavorando perché si trovi continuità nei 90′. E andiamo sul mercato perché il nostro giovane gruppo tenti il salto di qualità: pesano come macigni l’assenza di un attaccante che abbia killer instinct e personalità, oltre che di 2-3 leader caratteriali che prendano il comando quando si sbanda. Due anni fa un Diavolo tecnicamente inferiore si arrese solo ai supplementari, uscendo dall’Olimpico a testa alta e petto in fuori; oggi esce bastonato e umiliato oltre le proprie colpe, ma paradossalmente con un potenziale di crescita di squadra più ampio. A patto, però, che il gruppo dia una risposta psicologica immediata: domenica nella delicata trasferta di Bergamo e poi in casa con la Fiorentina, per restare in Europa e salvare la stagione. Altrimenti, urgeranno dolorose riflessioni.

Abbiamo finito la benzina?

L'allenatore del Milan, Gennaro Gattuso

Sabato sera al Meazza il pallone era pesante, ma non per tutti e ventidue gli uomini in campo, solo per gli undici con la maglia a strisce verticali rosse e nere. A pensarci bene non era la palla, erano proprio loro, i calciatori ad essere pesanti, forse stanchi, privi di idee e scarichi nelle energie. A vincere il match è stato il Benevento, presentandosi a San Siro senza troppe pretese, apparecchiando la tavola in casa altrui senza volerla sporcare, cercando solo di essere presentabili, ma dal verso opposto del rettangolo verde c’erano degli impotenti, dando la sensazione per larghi tratti di trovarsi lì dentro per pura casualità, costretti  da qualche folle, sembrava quasi mancasse qualcuno per arrivare al numero adeguato di giocatori da schierare, come succede nelle partitelle  organizzate con gli amici a calcetto. Il mister con la maglia numero otto tatuata sulla schiena era spaesato e confuso,  dopo i primi 45 minuti prova a mischiare le carte e puntare ad una mano migliore, facendo subentrare Suso, ma lo Spagnolo darà solo la sensazione di stare meglio rispetto alle scorse recenti apparizioni, risulterà non essere il motivo giusto per far riavviare quella macchina che di partire proprio non vuole saperne. Eppure sette giorni prima la stessa squadra aveva tenuto testa ai partenopei che macinano punti e intralciano i piani dei conoscitori della sensibilità, finendo addirittura per essere migliori per quello che il pubblico aveva potuto ammirare.

Che sia quindi finita la benzina? Quel carburante che Rino Gattuso era riuscito a trasmettere ai suoi ragazzi da dicembre in poi, quelle idee tattiche e fisiche che sembravano non averlo mai abbandonato del tutto si sono sformate davanti ai suoi occhi e svanite in pochi istanti. Perdere anche Biglia, l’osso sacro della squadra, il collante che in qualche modo sembrava tener per quanto possibile  insieme i pezzi ed equilibrare il trapezista in bilico sulla corda. È finito l’atteggiamento motivato del gruppo che aveva spadroneggiato e impressionato nelle notti romane e ribaltato molti risultati catastrofici dell’andata?

Non possiamo dare delle risposte, ma solo continuare a produrre domande, aspettando il campo e le sue verità, sperando di ricevere un finale di campionato decoroso e trovare lungo il tragitto un distributore di carburante aperto, per poter fare il pieno  nel serbatoio e magari chissà, toglierci una soddisfazione in quel di Roma, dove la Dea bendata nel 2018, ci ha già strizzato l’occhio.

Una malattia curabile

Patrick Cutrone abbraccia Lucas Biglia dopo il gol dell'argentino in SPAL-Milan

Non parliamo troppo ad alta voce, qualcuno potrebbe sentirci e questo non deve assolutamente accadere. Nessuno si faccia prendere dall’entusiasmo, nessuno si metta in testa strane cose,  bene.  Ed  ora che abbiamo fatto delle premesse, veniamo a noi.

Continuando a rimanere cauti, descriviamo un Milan che sembra aver cambiato aspetto, una squadra che non se ne va dal campo nei momenti topici, soffre quando c’è da farlo e propone le proprie idee di gioco.

La tenuta atletica sembra essere migliorata in maniera palpabile, la si percepisce in ogni momento di gioco e in tutti gli elementi della rosa, anche in quelli che hanno molto meno minutaggio effettivo nelle gambe. La testa di molti  sembra essere sgombra da cattivi pensieri, si crede in ciò  che si sta facendo e tutto quello che non ci riusciva prima, ora viene fuori bene.  Come se non bastasse, atteggiamento e idee tattiche vanno per larghi tratti a braccetto, percorrendo una strada che sembra essere costernata da bel tempo, senza quei nuvoloni scuri e cupi che vedevamo ogni giorno sopra le nostre teste. Anche la terza maglia, quella total black , non ci è sembrata poi così male,nei mesi scorsi aveva lo stesso effetto della kryptonite  applicata a Superman.

Il punto è che questa squadra sembra essere fatta di una pasta modellabile, il tesoro che avevamo cercato di custodire comincia a mostrare qualche luccichio, giusto per dimostrare agli scettici che valeva. Il male da cui sembravamo essere stati colpiti non è andato via, ma è guaribile, si può lavorare ai fini di rendere tutto più possibile, perché la materia prima esiste e l’antidoto deve solo fare il suo corso e si sa, ci vuole tempo.

L’importante è continuare a tenere la voce bassa, non vogliamo che qualcuno ci senta. Teniamoci stretti questi passi avanti che abbiamo compiuto, ma non dimentichiamoci le marachelle commesse fino a poco tempo fa, ci serviranno per maturare in futuro, per uccidere questa malattia che forse, si può sconfiggere.

Spartiacque

L'allenatore del Milan Gennaro Gattuso

Ricominciamo da capo, il calendario è di nuovo bianco e pronto per essere riempito di risultati futuri, lasciando alle spalle tutto ciò che non è andato nel girone di andata e provando a far qualcosa di sorprendente nel girone di ritorno. Le partite con Crotone e Cagliari sono scivolate via con bottino pieno, ma portandoci addosso qualche abituale scricchiolio di cui ormai conosciamo il rumore e il suono meglio di chiunque, ma pur sempre 6 punti in tasca. La squadra è anche riuscita a ribaltare una situazione di svantaggio iniziale e sfatare questo tabù che ci ha imprigionato per diversi mesi, oltretutto la fortuna ha provato non a girare totalmente la faccia, ma almeno accennarci un sorrisino che ogni tanto non guasterebbe, il goal rocambolesco di Bonucci contro il Crotone ( il primo in maglia rossonera) può confermarlo.

Adesso però viene il “Bello”, ci aspetta la duplice sfida con la Lazio, prima in campionato e poi in coppa Italia, per farci intendere fin dove potrà scalare la montagna il Milan e quanto invece possa essere stato illusorio il momento positivo dei rossoneri. D’altro canto sarebbe anche sufficiente non perdere negli scontri con le big, per mettere su carta risultati migliori rispetto ai 6 match persi contro queste e ricominciare a guardare  la classifica dimenticata da tempo.

Se pur dimenticata, la classifica, ci indica che il tabellino di marcia rossonero non sarebbe stato così catastrofico se si fosse riuscito ad ottenere la vittoria con le così dette provinciali, pur soccombendo contro le prime della classe,  ed è questo forse,  il limite più grande evidenziato ormai da troppo tempo.

C’è ancora molto da lavorare, ma c’è anche molto tempo per mettere a posto delle cose e togliersi qualche soddisfazione. L’Europa e lì che c’aspetta, forse non saremo poi così tanto favoriti, ma abbiamo il dovere di crederci, la Coppa Italia alla portata come traguardo plausibile e un quarto posto non ancora totalmente chiuso con un grosso lucchetto.

Può essere la squadra di Gattuso, padrone in qualche modo del proprio destino, ottenendo risultati piacevoli e che riescano a scombinare i piani altrui. Guardando subito avanti si ha una sorta di spartiacque, un vero e proprio bivio dove infilarsi senza altra possibilità di scelta, perché a questo punto ci si può incanalare verso un percorso cosparso da qualche stella o  invece continuare  a vagare alla ricerca di noi stessi.

Milan che strada prendi?

Tempi duri per il predestinato

L'attaccante del Milan André Silva, considerato un predestinato

La maglia numero nove del Milan è pesante come un macigno, odora delle leggende passate, cucita dai successi e dalla storia. Ora quella stessa maglia è così leggera e fragile, chi la indossa negli ultimi anni, per una serie di motivi, non riesce a ricambiarne il valore. Eppure in estate la nuova società rossonera ha comprato un giovane Portoghese, così promettente da essere considerato l’erede al trono di CR7, o perlomeno l’uomo giusto in cui credere per il futuro.  Il primo a crederci è lo stesso vincitore dell’ultimo pallone d’oro, in nazionale giocano per la stessa bandiera e il sangue che scorre nelle vene sembra essere quello giusto, quello del predestinato.

Al Milan però Andrè Silva, non ha ancora convinto chi di competenza dovrebbe decidere le gerarchie, nella piramide che porta alla punta più alta non c’è mai lui, se non in Europa, dove invece non solo trova spazio, ma anche tanti goal, diventando il capocannoniere della competizione.

E allora perché questo gioiello grezzo non trova il giusto minutaggio in serie A?

C’è chi sospetta in una condizione fisica non idonea al campionato Italiano, c’è chi dice che non sia tatticamente adeguato agli schemi del diavolo, c’è chi invece dice che le banconote verdi puntate su di lui per portarlo a Milano siano state eccessive, c’è chi dice che non vale proprio niente.

Il predestinato sembra in questo momento tagliato fuori, Cutrone sembra aver già venduto l’anima al diavolo e si nutre di adrenalina, Kalinic è preferito da entrambi i tecnici che sono seduti sulla panchina, Borini all’occorrenza sarebbe disposto a mettersi anche i guanti tra i pali pur di giocare. È dunque il sacrificio che manca all’attaccante Portoghese? O non ha davvero la stoffa per vestire la maglia numero 9?

La verità in genere risiede sempre nel mezzo, non possiamo dire con certezza che un piatto faccia schifo senza averlo assaggiato, non possiamo criticare un film senza averlo visto, non possiamo dire che un ragazzo non sia un campione senza averlo visto giocare a calcio.

Le risposte a tutte le nostre domande sono in campo, Gattuso deve dare spazio al giovane attaccante e lui deve riuscire a ritagliarsi il suo angolo di speranza senza mai gettare al vento le occasioni, perché se in un ambiente come il Milan segni nelle notti Europee, anche se non paragonabili a quelle di una volta  puoi essere quello giusto, l’erede al trono e quindi, il vero predestinato.

5 considerazioni nel mezzo della sosta

Inizia una settimana importante, che si chiuderà con il Derby TRA UNA SOSTA E L’ALTRA Siamo a metà della seconda sosta stagionale e si può fare un primo confronto con la sosta di un mese fa, quella di settembre che traghettò il Milan dalla vittoria sul Cagliari alla battuta d’arresto sul campo della Lazio. All’epoca … Leggi tutto 5 considerazioni nel mezzo della sosta

L’editoriale dei tifosi dopo 13 partite

Le vostre 5 considerazioni sulla prima parte di stagione dei nostri ragazzi (da acmilan.com) Come già accaduto in passato, abbiamo deciso di aprire la redazione di acmilan.com a tutti voi, andando a selezionare i commenti più interessanti che ci avete scritto sulle nostre piattaforme social in risposta al nostro editoriale, creando così un contenuto con la vostra firma. … Leggi tutto L’editoriale dei tifosi dopo 13 partite

5 considerazioni dopo 13 partite

Editoriale d’analisi di questa prima parte di stagione rossonera dal sito ufficiale del Milan 3 PARAMETRI DIVERSI FRA LORO Il Milan 2017-2018 in Europa League ha giocato 6 partite, segnando 18 gol e subendone 3. In campionato, nelle 4 partite che ha vinto, la squadra rossonera ha segnato 10 gol incassandone 2. La stessa squadra, sempre in campionato, … Leggi tutto 5 considerazioni dopo 13 partite

Milan, tris di ko. Ma Montella incassa un’altra fiducia

L'allenatore del Milan Vincenzo Montella

Altri due ceffoni, costati la terza sconfitta in campionato su sette giornate, ma leggeri miglioramenti nel gioco e (finalmente) una squadra che sembra iniziare a trovare una fisionomia negli uomini e nel modulo. Il giorno dopo Milan-Roma, momento di pausa e riflessione a causa della sosta per le Nazionali e con il derby lontano due … Leggi tutto Milan, tris di ko. Ma Montella incassa un’altra fiducia

Cutrone suona la sveglia a un Milan quiescente

Tre punti, una reazione d’orgoglio e Cutrone. Non c’è molto da salvare nella seconda serata europea del Milan di Montella, se non il risultato finale e l’ennesimo exploit della più bella sorpresa di questo inizio di stagione. Perché tra il 2-0 firmato André Silva-Musacchio sino al lampo al 94′ di bomber Patrick, valso il 3-2 … Leggi tutto Cutrone suona la sveglia a un Milan quiescente

È già un Milan ammazza piccole?

Massimo risultato, minimo sforzo. Una frase decisamente inflazionata nel mondo del calcio, ma che descrive bene l’ultimo turno infrasettimanale del Milan e di Montella. Il 2-0 sulla SPAL, voluto e preteso in tandem con l’altra vittoria casalinga sull’Udinese, è fondamentale per voltare definitivamente pagina rispetto alla sconfitta con la Lazio e per mettere in cascina … Leggi tutto È già un Milan ammazza piccole?

Ok Milan, il modulo è giusto. Viva il talento di Calha-Silva

Ecco il Milan. Troppo brutto e fragile per essere vero all’Olimpico, terribilmente cinico e spietato quello ammirato ieri sera a Vienna nella prima gara del girone di Europa League. Corto, compatto e rabbioso, come definito da Montella nel post partita di ieri, ma anche con un tasso tecnico elevatissimo: il primo “vero” Diavolo vestito col … Leggi tutto Ok Milan, il modulo è giusto. Viva il talento di Calha-Silva

Mercato, Europa, Serie A: tutto fatto

Marco Fassone, Vincenzo Montella e Massimiliano Mirabelli seduti sulle panchine di San Siro

Estate 2017, una stagione da percorso netto (da acmilan.com) Il Milan, nell’estate del 2017, ha centrato tutti gli obiettivi che si era prefissato. Ha rivoluzionato e potenziato la squadra con 11 nuovi acquisti, mirati in tutti i settori del campo, e ha riportato al centro del progetto un giovanissimo campione motivato e in gran spolvero: … Leggi tutto Mercato, Europa, Serie A: tutto fatto

In attesa dell’amalgama, godiamoci Suso e il cuore

Sofferta e risicata, ma pesante come un film di Kiarostami. La prima di campionato a San Siro del Milan porta in dote tre punti importantissimi per il morale e per la classifica, ma segna un netto passo indietro dei rossoneri nel gioco e nella prestazione: niente di allarmante, ma un primo rallentamento da registrare e … Leggi tutto In attesa dell’amalgama, godiamoci Suso e il cuore

Mirabelli-Fassone, il miglior acquisto della stagione del Milan

Quello di ieri sera è stato un evento straordinario. Cercherò di non esagerare con le parole e le affermazioni, romantica quale sono, ma mi riesce difficile ripensando allo Stadio di San Siro ieri. Era da veramente tanto tempo che non si vedeva lo stadio così pieno, ed è ancora più eclatante pensare che è successo … Leggi tutto Mirabelli-Fassone, il miglior acquisto della stagione del Milan

San Siro fa bene a eccitarsi: questi sono prodromi di grande Milan

Lo stadio di San Siro durante Milan-Craiova

Milan-Craiova era diventato più di una semplice turno preliminare di Europa League. Tra la frenetica corsa al biglietto e il pienone previsto a San Siro, il ritorno di coppa svestiva i contorni della sgambata agostana e assumeva i crismi di un festa rossonera, in cui l’orgoglio casciavit sarebbe tornato a mostrarsi fiero dopo anni di … Leggi tutto San Siro fa bene a eccitarsi: questi sono prodromi di grande Milan

Da Kakà a Rodriguez, l’EuroMilan ritrova in Ricardo il filo rosso(nero)

Missione compiuta. Alla prima gara ufficiale della stagione, già crocevia per l’intera annata da non fallire per nessuna ragione, il Milan non sbaglia e fa il proprio dovere, archiviando la pratica Craiova con un 1-0 sofferto ma onesto, meritato nel complesso e incassato con soddifazione. Seppur non in Champions e in una partita di preliminare, il nostro ritorno … Leggi tutto Da Kakà a Rodriguez, l’EuroMilan ritrova in Ricardo il filo rosso(nero)

Milan, voglio sognare con te

Se un paio di mesi fa mi avessero detto che l’anno prossimo avrei visto Bonucci e Donnarumma giocare nella stessa squadra, avrei pensato senz’ombra di dubbio all’addio di Gigio, iniziando ad immaginarlo con la maglia bianconera. Se un paio di mesi fa mi avessero detto che a metà luglio il Milan avrebbe già concluso ben … Leggi tutto Milan, voglio sognare con te

5 considerazioni sul mercato

Musacchio, Kessie e RR: difesa, centrocampo e fasce. Il parere del sito ufficiale del Milan su questa prima parte del mercato rossonero. È un Milan impegnato su tutti i fronti quello di queste prime settimane di mercato. Le prime ufficializzazioni e le prime acquisizioni vengono da lontano, dopo i molti viaggi negli stadi e i … Leggi tutto 5 considerazioni sul mercato

Questione di valori, non di valore

Prendete questo pezzo come uno sfogo personale dato che lo è. L’argomento di riferimento ovviamente riguarda Donnarumma. Sono due settimane che non si parla d’altro che del suo rinnovo, del suo procuratore e della trattativa trasformatasi in braccio di ferro tra Gigio e la società Milan. Le due parti sembravano aver trovato un accordo e … Leggi tutto Questione di valori, non di valore

Il nuovo romanzo rossonero – Introduzione

È il 30 maggio 2017, siamo nel pieno della cosiddetta “bella stagione”, le giornate si sono allungate, comincia a farsi sentire una certa calura e il Milan ha già ufficializzato due acquisti… Quello che ho appena scritto potrebbe essere un incipit perfetto per un romanzo a tinte rossonere. Non abbiamo neanche fatto in tempo a … Leggi tutto Il nuovo romanzo rossonero – Introduzione

23 maggio 2007. Per la settima volta sul tetto d’Europa

Esattamente 10 anni fa il Milan diventava campione d’Europa per la settima volta nella sua storia battendo il Liverpool in quella che è stata definita “la rivincita di Istanbul”. Abbiamo ancora negli occhi quella partita, la tensione, la paura dell’avversario che appena due anni prima ci aveva sfilato dalle mani una coppa che sembrava già … Leggi tutto 23 maggio 2007. Per la settima volta sul tetto d’Europa

Montella centra l’Europa, il Milan torna a casa

Missione compiuta. Dopo tre stagioni a vuoto, il Milan non sbaglia un’altra volta e centra l’obiettivo Europa. Si dovrà passare per due turni preliminari tra luglio e agosto, ma la sostanza non cambia: il Diavolo tornerà finalmente a giocare le coppe europee dopo anni di sofferente astinenza. La partita contro il Bologna, primo match point dell’anno e … Leggi tutto Montella centra l’Europa, il Milan torna a casa

Il Milan studia il modulo del futuro

La stagione del Milan è ormai agli sgoccioli, ma i lavori di ricostruzione della squadra sono già iniziati e non interessano solamente il prossimo mercato estivo. L’allenatore dei rossoneri, Montella è già all’opera per risolvere una questione non da poco per una squadra di calcio: quella legata al modulo da schierare in campo. Per quasi … Leggi tutto Il Milan studia il modulo del futuro

Pari con vista sull’Europa. Milan croupier della volata

Ancora in piedi. Non è tornata la vittoria e nemmeno una prestazione convincente, ma il Milan è vivo. I rossoneri non brillano e soffrono l’intensità della sorprendente Atalanta di Gasperini, ma strappano in volata un punto preziosissimo nella corsa all’Europa League: l’1-1 all’88°, “sporco” perché in offside e su una conclusione deviata, è un risultato … Leggi tutto Pari con vista sull’Europa. Milan croupier della volata

Il Milan in infradito e gli errori di Montella: eppure non ci sono alternative credibili

Sei punti nelle ultime 6 partite. O, se preferite, la miseria di 2 punti contro Pescara, Crotone ed Empoli. Ok, la sappiamo, la nostra rosa è modesta, ma nessuno mi toglie dalla testa che contro questo terzetto si potevano fare 9 punti. E nessuno mi toglie dalla testa che si poteva decisamente evitare di essere … Leggi tutto Il Milan in infradito e gli errori di Montella: eppure non ci sono alternative credibili

La bussola smarrita

Non era di certo contro la Roma che il Milan doveva rimettere in piedi una stagione che continua a cascare per terra, come un neonato che vuole percorrere i suoi primi passi, ma puntualmente deve arrendersi alla mancanza di abitudine ed equilibrio. La scelta degli uomini da schierare per Montella non era un bel privilegio, … Leggi tutto La bussola smarrita

Milan pessimo, ma ancora a galla

Milan, non così. La sconfitta interna con la Roma non sorprende e soprattutto non pregiudica la stagione – l’obiettivo 6^ posto, grazie ai rallentamenti di insegue, resta ancora nelle mani rossonere – ma fa riflettere. Perché può starci un ko a San Siro con questa Roma, ben attrezzata e ancora bisognosa di punti per il 2^ … Leggi tutto Milan pessimo, ma ancora a galla

Clamoroso, Galliani torna ad del Milan per un giorno: ecco il suo mercato

Fino alla mezzanotte di oggi, per 24 ore, Adriano Galliani sarà di nuovo amministratore delegato del Milan. La clamorosa notizia diffusasi nei giorni scorsi è stata appena confermata dal diretto interessato. All’uscita dal ristorante Giannino, l’amministratore delegato del Milan, orgogliosamente tornato sul trono, più pimpante che mai, ha dichiarato ai nostri microfoni: “Io re del … Leggi tutto Clamoroso, Galliani torna ad del Milan per un giorno: ecco il suo mercato

2 Maggio 2007. Dieci anni fa il Milan giocava la partita perfetta

Il 2 Maggio 2007 è una data indimenticabile per tutti i tifosi rossoneri. Esattamente dieci anni fa il Milan giocava una delle partite più belle della sua storia recente. Dieci anni dopo, il Milan è completamente diverso rispetto a quella sera e la strada da fare per avvicinarsi a quei  livelli è ancora lunghissima. Nel … Leggi tutto 2 Maggio 2007. Dieci anni fa il Milan giocava la partita perfetta

Milan, le imbarazzanti dichiarazioni di Montella a Crotone e 3 motivi per non illudersi

Non si può – o meglio, si può, è un diritto, ma ha poco senso a questo punto del campionato – cambiare opinione sul Milan ogni settimana. Non eravamo fenomeni quando – pur giocando maluccio – eravamo secondi, sulla scia della Juve. Non siamo una squadretta da Lega Pro oggi, reduci da due miseri punti … Leggi tutto Milan, le imbarazzanti dichiarazioni di Montella a Crotone e 3 motivi per non illudersi

Il misterioso caso De Sciglio: più richiesto di Marcelo e Alaba messi insieme

Ci sono calciatori i quali, dopo un paio di stagioni così così, finiscono nel dimenticatoio, vengono etichettati come bidoni, ceduti a squadre improponibili. A volte basta anche meno – qualche partita storta, un infortunio, una mancata corrispondenza immediata tra attese e risultati – per sparire dal calcio che conta. Ma non è così per tutti. Prendete Mattia … Leggi tutto Il misterioso caso De Sciglio: più richiesto di Marcelo e Alaba messi insieme

De Sciglio addio

Sono ore caldissime per Mattia De Sciglio. Il terzino classe ’92 è al centro di un vero e proprio ciclone che lo riguarda e che sembra trascinarlo lontanissimo dal Milan del futuro. Calcisticamente, De Sciglio nasce nel 2001- 2002 quando a soli 10 anni, inizia a giocare nei pulcini del Cimiano prima di passare alla … Leggi tutto De Sciglio addio

Si fa il Milan o si muore

“Qui o si fa il Milan o si muore” Parafrasando dalla celebre risposta che il Generale Giuseppe Garibaldi diede una volta preso atto delle perplessità del fido vice Nino Bixio in merito all’ipotesi concreta di resistere alla preponderanza Borbonica: “o si (ri)fà il Milan o si muore”. Inutile nascondersi, altrettanto inutile addurre scuse o perdere … Leggi tutto Si fa il Milan o si muore

Europa, vorrei ma ora posso

E’ un Milan che sorprende sempre di più, un Milan che non si arrende mai, è una squadra che vince con il cuore ed è ciò che i tifosi non possono fare a meno di ammirare. Se c’è una parola che più si abbina perfettamente al Milan di quest’anno è “sorpresa”: tra rimonte che sembravano … Leggi tutto Europa, vorrei ma ora posso

“Carlos, que pasò?”

“Carlos, che ti è successo?”. Vedendo le ultime prestazioni dell’attaccante rossonero è questa la domanda che si pongono molti tifosi del Milan. Il rendimento del colombiano è calato vistosamente in questo finale di stagione e il Milan ha perso quello che doveva essere il punto di riferimento per l’attacco della squadra di Montella, costringendo i … Leggi tutto “Carlos, que pasò?”

Larger than life: Silvio e il Milan

Ogni volta che vedo l’augusta e tutt’altro che austera figura di Silvio Berlusconi mi viene in mente una bella espressione inglese, larger than life, più grande della vita. Silvio ha improntato la sua vita all’eccesso: ha avuto tutto ciò che gli uomini sognano, soldi, donne e calcio in una cornucopia infinita. Silvio è stato però … Leggi tutto Larger than life: Silvio e il Milan