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L'allenatore del Napoli, Maurizio Sarri

Sarri: “Con Berlusconi non sarei durato molto. Io come Sacchi? E’ un insulto per Arrigo”

Maurizio Sarri ha rilasciato una lunga intervista alla Gazzetta dello Sport. L’allenatore del Napoli è tornato sul suo recente passato che l’ha visto andare molto vicino a sedersi sulla panchina del Milan, al tempo ancora di proprietà di Berlusconi: “Non sarei durato troppo in rossonero se è vero ciò che si dice sulle intercessioni di Berlusconi nel ruolo dell’allenatore. Un presidente che si comporta così vince difficilmente. Invece lui ha vinto tanto, è stato un grande, quindi immagino che ciò che si dice siano più leggende che verità”.

Sull’inizio campionato del Milan: “È stata fatta una campagna acquisti importante, ora va fatto un percorso. Il Milan al momento non è valutabile, perché potrebbe essere una squadra destinata a crescere velocemente. Bisogna avere pazienza”.

Sui paragoni con Arrigo Sacchi: “Per me il paragone è un insulto ad Arrigo. Lui ha vinto tanto, io non ho vinto niente. La mia è un’innovazione parziale, la sua è stata totale. Per me è un paragone gratificante, ma impossibile. Lui ha scritto la storia del calcio in risultati e innovazioni. Se non ci fosse stato lui, io non sarei esistito. Il mio interesse tattico nasce grazie a lui”.

Sacchi: “Il Milan? I tifosi dovrebbero chiedere di meglio. Anche con proteste eclatanti”

Parole significative e per nulla banali quelle proferite sul Milan da Arrigo Sacchi. Il Profeta di Fusignano, leggenda rossonera, ha parlato così a TMW Radio dell’attuale momento del Diavolo: “Nel calcio spesso non serve spendere tanto, ma avere idee. Forse spetta ai tifosi chiedere qualcosa di meglio – si è sbilanciato Sacchi – anche con proteste eclatanti“.

Sacchi: “Montella? Mi piaceva alla Fiorentina, ora è più tatticista”

L’ex allenatore del Milan, Arrigo Sacchi, ha espresso la propria opinione sull’attualità rossonera e in particolare su mister Montella:

Montella lo apprezzavo molto alla Fiorentina, dove aveva cercato di dare un’identità netta. Ora mi sembra un filo più tatticista. Mi pare che Mirabelli, che non conosco, gli stia fornendo una buona squadra, che si sia mosso positivamente. Mi sembrano acquisti coerenti. Però sapete come la penso – ha dichiarato Sacchi al Corriere della Sera non i soldi ma le idee“.

Sacchi: “Quando andai al Milan firmai in bianco…”

L’ex allenatore del Milan e c.t. della Nazionale, Arrigo Sacchi, ha parlato in occasione dell’evento tenuto ad Arezzo ‘Passioni Festival’, come riporta tuttomercatoweb.com.

Sul calcio in generale: “È un fenomeno sociale e culturale, ho paura dei prezzi attuali in sede di mercato che sono fuori ragione. Io ho dato tutto, ma ho ricevuto emozioni enormi. Farei tutto quello che ho fatto, sono un perfezionista ed è evidente che un tipo così dà tutto. Racconto un aneddoto: noi vincemmo in cinque mesi le tre competizioni più importanti al mondo, Coppa dei Campioni, Supercoppa Europea e Coppa Intercontinentale. Eravamo a Tokio, ovviamente festeggiammo mentre Baresi e Ancelotti dissero ‘siamo i più bravi al mondo’. Io risposi: ‘Sì, sono le 23 e lo saremo fino alle 24. Poi bisogna lavorare di nuovo’.

Sull’importanza del denaro: “Non mi frenavano i soldi, insieme al successo non ti permettono di essere ciò che sei. Sono delle barriere, l’obiettivo era far bene il mio lavoro. I soldi potevano essere la conseguenza, ma io andai al Milan e firmai in bianco. Mi trovai a guadagnare meno rispetto a quello che presi al Parma, dissi che sarei rimasto un anno. Idem a Rimini in precedenza, invece feci bene per diverso tempo. Sono partito dalla Seconda Categoria, fino ad arrivare al Milan e alla Nazionale. Ho sempre avuto la fortuna di trovare presidenti pazienti e competenti, la pazienza è una virtù”.

Sacchi contro Donnarumma: “Stupito dalla sua irriconoscenza verso il Milan. Ho dubbi sulla sua carriera: Kakà e Sheva…”

Arrigo Sacchi a gamba testa su Gigio Donnarumma. L’ex allenatore del Milan e della Nazionale ha rilasciato un commento più che graffiante sul tema più caldo del momento, lasciandosi andare a una previsione sulla carriera futura del 99 rossonero:

“Ho sempre pensato che il valore della persona fosse fondamentale per ingigantire il proprio talento. A proposito di persone, stimavo Donnarumma come ragazzo e come giocatore, ma sono rimasto stupito dalla mancanza di riconoscenza verso il Milan.

Questa sua decisione – ha scritto Sacchi su La Gazzetta dello Sport – mi fa sorgere dubbi non soltanto sulla sua integrità umana, ma anche sulla sua futura carriera. Gli ricordo che tutti quelli che hanno privilegiato i soldi, come fecero ad esempio Kakà e Shevchenko che lasciarono il Milan per il Real Madrid e per il Chelsea, poi se ne sono pentiti amaramente“.

Accadde oggi: 24/05/1989, Milan-Steaua 4-0

90 mila rossoneri a Barcellona, Giovanni Galli racconta: “Venivano non solo dall’Italia ma da tutto il mondo e a quel punto ci siamo detti… «Ma come facciamo a mandarli via da qui senza la Coppa?»

24 maggio 1989, proprio 28 anni anni fa. Dopo il 5-0 al Real Madrid, il mondo voleva vederci chiaro. Quella semifinale era stato un episodio legato magari al calo della squadra blanca, oppure stava nascendo un Milan epocale in grado di incidere non solo sull’albo d’oro, ma soprattutto sulla natura del gioco, sulla evoluzione dello sport del calcio? Era il grande dubbio, il grande pensiero che accompagnava Milan e Steaua Bucarest al fischio d’inizio, nella Finale di Coppa dei Campioni del 1988-89. Di fronte i rossoneri in maglia bianca che avevano conquistato l’Europa per l’ultima volta 20 anni prima e i rumeni allenati da Lordanescu, vincitori nel 1986, ma che non erano stati seguiti da nessuno dei loro tifosi, tenuti in patria da Nicolae Ceausescu.

GIOVANNI GALLI RACCONTA: “DOPO LA STELLA ROSSA…”
“Poi in campo è andato tutto bene – ricorda e racconta Giovanni Galli, portiere del Milan Campione d’Europa 1989 ma noi sapevamo che quella Steaua era composta da otto/undicesimi che erano i titolari della Nazionale rumena. Non dimentichiamo poi che loro potevano schierare un signor giocatore che molti di noi stimavano, come Gheorghe Hagi. Un altro aspetto da considerare era la loro imbattibilità. Fra Campionato rumeno e Coppa di Romania erano imbattuti da più 100 partite e in quella Coppa dei Campioni avevano quasi sempre vinto, tranne la sconfitta di misura per 1-0 nell’andata dei Quarti di finale sul campo del Goteborg. Quindi eravamo tutti in campana… e non ci aspettavamo la partita tra virgolette facile che poi è stata”.

GIOVANNI GALLI: “TIFOSI DEL MILAN DA TUTTO IL MONDO”
“Nel corso del nostro cammino europeo avevamo avuto problemi negli Ottavi di finale contro la Stella Rossa, sapevamo che le squadre dell’Est amavano palleggiare e il nostro pressing rischiava di girare a vuoto. Poi però abbiamo visto quanti tifosi c’erano dentro il Camp Nou… in 90.000, venivano non solo dall’Italia ma da tutto il mondo. A quel punto ci siamo detti «ma come facciamo a mandarli via da qui senza la Coppa?». Ecco come è nata quella Finale, una miscela di attenzione per l’avversario e di dedizione alla causa dei tifosi del Milan. Dopo il 4-0 finale, ci sono stati due momenti belli. Prima l’ubriacatura di emozioni in campo, anche perchè molti di noi stavano vivendo sensazioni assolutamente sconosciute. Poi in albergo, non è successo molto, una mezz’oretta di confusione e via. Ci siamo accorti davvero, invece, di quello che avevamo fatto, quando siamo arrivati alla Malpensa. È stato bellissimo”.

IL TABELLINO

MILAN-STEAUA BUCURESTI 4-0

MILAN: G. Galli, Tassotti, P. Maldini, An. Colombo, Costacurta (29’st F. Galli), Baresi, Donadoni, Rijkaard, Van Basten, Gullit (15’st Virdis), Ancelotti. All.: Sacchi.
STEAUA BUCURESTI: Lung, Petrescu, Ungureanu, Stoica, Bumbescu, Iovan, Lacatus, Minea, Piturca, Hagi, Rotariu (1’st Balint). All.: Iordanescu.
Arbitro: Tritschler.
Gol: 18′ Gullit (M), 27′ Van Basten (M), 39′ Gullit (M), 1’st Van Basten (M).

Fonte: AC Milan

Sacchi: “Contento del ritorno del Milan in Europa. Spero…”

L’ex tecnico del Milan Arrigo Sacchi, presente a Chieti per ritirare un riconoscimento assegnatogli dalla Giuria, nell’ambito del Premio Nazionale “Giuseppe Prisco”, ha salutato con piacere il ritorno in Europa dei rossoneri:

È una bella notizia, ma mi auguro che arrivino altre notizie positive. Mi fa piacere per l’ambiente e i tifosi. Auguro al Milan ancora tanti successi, e alla nuova proprietà di poter ricalcare quello che ha fatto Silvio Berlusconi, visto che sotto la sua gestione in trent’anni, il Milan è riuscito a vincere 5 Coppe dei Campioni, cosa mai accaduta nella storia del calcio italiano a nessuna altra formazione”.

Fonte: ANSA.it

Accadde oggi: 29 anni fa l’11° Scudetto

15 maggio 1988: il Milan di Sacchi dopo una splendida rimonta sul Napoli torna a vincere il titolo dopo nove anni

Alla fine di quel Como-Milan Franco Baresi ha voluto conservare la maglia che aveva indossato in campo. Tra quelle strisce rossonere campeggiava, più brillante che mai, la stella conquistata nel 1979: “Aspettavo questo momento da nove stagioni, questa vittoria la dedico a tutta la gente che ha sofferto con me in questi anni”. Due retrocessioni e mille difficoltà avevano segnato il Milan, ma dopo l’arrivo di Silvio Berlusconi in quella stagione si era aperto un nuovo capitolo, con in panchina un tecnico che era destinato a cambiare il calcio italiano e mondiale.

NASCE IL MILAN DI SACCHI
Il Milan si affaccia alla stagione 1987-88 dopo un quinto posto in campionato e un’eliminazione in Coppa Italia agli ottavi contro il Parma, neopromossa in Serie B. Una sconfitta che lascia il segno su Silvio Berlusconi, che un anno prima aveva rilevato la società rossonera e che rimane stregato dal gioco degli emiliani. Il tecnico di quella squadra, Arrigo Sacchi, sbarca dunque a Milano nell’estate 1987, ma il suo non è l’unico volto nuovo: dal Psv arriva Ruud Gullit, dall’Ajax Marco Van Basten e dalla Roma Carlo Ancelotti. Tre acquisti eccellenti, chiamati a far fare il salto di qualità al Milan. A Milano impazzata subito la “Gullit-mania”, con le treccine di Ruud che diventano la tendenza del momento. Ed è proprio “Il tulipano nero” uno dei protagonisti – assieme a Van Basten e Donadoni – del successo rossonero di Pisa (1-3) nella prima giornata. L’esordio a San Siro contro la Fiorentina, però, lancia segnali preoccupanti: Diaz e Roberto Baggio fissano il punteggio sul 2-0 per i viola, con molti tifosi rossoneri che, inferociti, abbandonano anzitempo le gradinate. Ma è ancora troppo presto per esprimere sentenze…

INIZIA LA RIMONTA
Già, perché se è vero che il girone d’andata del Milan è caratterizzato da vittorie (contro Ascoli, Verona, Pescara e Avellino) e alcuni pareggi, la svolta arriva dopo una vittoria che si tramuta in sconfitta. I rossoneri, infatti, battono la Roma tra le mura amiche per 1-0 grazie a un rigore di Virdis. Il giudice sportivo però assegna i due punti a tavolino ai giallorossi a causa di un petardo che all’inizio del secondo tempo aveva colpito il portiere Franco Tancredi. È quello l’ultimo k.o. della stagione, perché proprio da quel momento parte la rimonta. Prima la vittoria nel derby grazie ad un’autorete di Ferri, poi il roboante successo sulla capolista Napoli per 4-1. Alla rete di Careca al 10’ la squadra di Sacchi risponde con Colombo, Virdis, Gullit e Donadoni.Nasce il SuperMilan – titola il giorno dopo La Gazzetta dello Sport – Napoli distrutto”. I rossoneri, grazie a questo successo, si candidano a diretta inseguitrice dei partenopei per la vittoria finale.

NAPOLI-MILAN 2-3: IL SORPASSO
Dopo quella vittoria il Milan trova maggiore fiducia nei propri mezzi. Vince a Torino contro la Juventus, e porta a casa il bottino pieno superando Sampdoria e Roma. Il 24 aprile 1988 Gullit e Virdis stendono l’Inter nel derby, ed è così che la squadra di Sacchi arriva alla sfida di ritorno contro la capolista, a tre giornate dal termine, con un solo punto di distacco. Al San Paolo si affrontano le due formazioni più forti di quella stagione, ed è quasi naturale che ne esca una partita splendida. È il Milan a passare in vantaggio con Virdis, a cui risponde – pochi minuti più tardi – una punizione di Maradona che batte Galli. Poi però la squadra di Sacchi mette la freccia grazie al secondo gol del suo numero 9 e alla rete di Van Basten, che dopo aver passato diversi mesi ai box per un infortunio si rivela decisivo nella volata finale. A nulla serve il colpo di testa con cui Careca accorcia le distanze: i rossoneri portano a casa una vittoria che significa sorpasso e primo posto in classifica. Il Napoli dopo 50 giornate consecutive cede il primato, ma tutto il San Paolo al triplice fischio dell’arbitro Lo Bello applaude a scena aperta la prestazione di un Milan che, dopo nove anni, torna a vedere la possibilità concreta di vincere lo Scudetto.

IL PARI DI COMO E LA GIOIA ROSSONERA
Il 2-3 del San Paolo manda in tilt la squadra partenopea, che perde anche nella gara successiva contro la Fiorentina. A San Siro i tifosi celebrano il pallone d’oro di Gullit, ma in campo la Juventus blocca i rossoneri sullo 0-0. Il verdetto è dunque rimandato all’ultima giornata, con la squadra di Sacchi che è chiamata a giocarsi il titolo nella delicata trasferta di Como. Nei giorni che precedono la gara scatta una vera e propria caccia al biglietto: sono 70mila le richieste per i “soli” 15mila tagliandi a disposizione. Il 15 maggio 1988, tra chi sceglie il treno e chi invece si avventura con la propria auto, va in scena un vero e proprio esodo. Lo Stadio Sinigaglia ribolle di passione rossonera, e dopo soli 2′ il Milan è avanti grazie alla rete di Virdis. All’inizio della ripresa il Como trova il pari con Giunta, che fissa il punteggio sull’1-1. Al triplice fischio sono entrambe le squadre ad esultare: per il Milan arriva lo Scudetto numero 11 della sua storia (il primo dell’era Berlusconi), per il Como la salvezza aritmetica. In campo la gioia è enorme, ma la festa dura fino a notte fonda, con migliaia di tifosi che scortano la squadra fino a San Siro per un abbraccio rossonero impossibile da dimenticare.

Fonte: AC Milan

Sacchi: “Avevo poche idee, ma chiare. Per me il calcio si gioca con la mente”

L’ex allenatore e leggenda del Milan, Arrigo Sacchi, ha parlato ai microfoni di TMW Radio:

“Quando arrivammo mi portai dietro il mio secondo che avevo al Parma Carminati e il professor Piccolini e lavorammo molto meno rispetto a quanto avevamo fatto a Parma. Ho sempre cercato poche idee ma chiare, ho sempre pensato che il calcio fosse uno sport di squadra e non uno sport individuale e che il gioco fosse paragonabile alla trama nella cinematografia, al copione nella prosa, allo spartito nella musica, fosse quello che serviva ai giocatori a migliorarsi. Anche qui cercavo però persone affidabili, con grande intelligenza ed entusiasmo perché noi viviamo in un paese dove la filosofia dei giochi di squadra è difficile che si affermino per via di un individualismo e protagonismo eccessivo a invidie eccessive, quindi l’entusiasmo permetteva di essere generoso e di fare le cose con divertimento e l’intelligenza permetteva di uscire dal proprio egocentrismo e di avere una visone più ampia dell’attività che si stava svolgendo e quindi essere più in sintonia con le filosofie degli sport di squadra. Ho sempre pensato che il calcio si facesse con la mente e non con i piedi. La mia didattica era orientata sulla squadra, sul gioco e sull’intelligenza, facevo simulazioni con tanto regole. Michelangelo diceva che i quadri si dipingono con la mente, le mani sono un mezzo, per il calcio vale la stessa cosa, i piedi sono solo un mezzo.

Quando arrivai al Milan, insistetti molto per avere Ancelotti anche se si era già rotto due menischi e due crociati, aveva il ginocchio che il nostro medico dopo aver fatto esami con il venti per cento di affidabilità. Berlusconi mi chiedeva come potesse prendere un calciatore in quelle condizioni ma io risposi che quello che contava era la mente. Sommando tutto questo, quando si ha la fortuna di trovare una società ben organizzata ed intelligente, che ti fa crescere e ti da tranquillità ed entusiasmo, la società viene prima della squadra, io mettevo le cose nella loro giusta misura e pensavo anche che la strategia fosse più importante del tatticismo e giocavo in questo modo”.

Costacurta: “Io al Milan degli Invincibili, questa Juve è degli Imbattibili”

La Juventus di Allegri ha conquistato (quasi) tutti. Con lo Scudetto in tasca e una finale di Coppa Italia da giocare, la Vecchia Signora sta impressionando anche in Europa, dove sta portando avanti un cammino invidiabile: lo 0-2 dell’andata delle semifinali è una seria ipoteca per la finalissima di Cardiff, dove i bianconeri potrebbero affrontare il Real Madrid, altra finalista in pectore grazie al 3-0 sull’Atletico Madrid.

Una Champions League di altissimo livello per la Juve, tanto che Alessandro Costacurta l’ha accostata al mitologico Milan di Sacchi, di cui lui è stato tra i protagonisti: “E’ imbattibile sulla lunga distanza: magari concedono ogni tanto, ma sono dettagli. Io – ha proseguito Billy a Sky Sport ho fatto parte del Milan degli Invincibili: questa Juve è degli Imbattibili“.

Gigi l’imbattuto: la storia rossonera di Lentini

Il 26 aprile del 1992 l’ultima volta di Lentini granata, prima di passare al Milan…

Con la maglia del Torino, in casa propria, al Delle Alpi, dove era amato e coccolato, Gianluigi Lentini non ha mai perso contro le Invincibili armate rossonere di Sacchi prima e di Capello poi. Sembrava che poi al Milan non dovesse andarci nemmeno più, invece 25 anni fa, un 2-2 fra Torino e Milan al Delle Alpi era stata, il 26 aprile 1992, anche se non dichiarata, la partita del saluto di Gigi alla sua gente prima di tuffarsi sulla Torino-Milano con deviazione per Milanello.

LENTINI E LE PRIME CREPE NEL MILAN SACCHIANO
Il Milan allenato da Arrigo Sacchi era carico di gloria, innovativo nel gioco, sempre a bersaglio in fatto di trofei europei e mondiali. Però era capitato anche a quella squadra di essere processata. Accadde proprio dopo un gol quasi decisivo di Lentini. In un grigio pomeriggio del novembre 1990, un Milan reduce dal gol-beffa di Nicola Berti dopo un derby molto ben giocato dalla squadra rossonera, subisce una rete di testa proprio di Gigi Lentini al Delle Alpi. La squadra rimedia il pareggio solo al 91′, con un gran tiro di Paolo Maldini, ma questo “particolare” non la esime da critiche, le prime dure e dolorose critiche su una possibile involuzione del progetto tecnico-tattico sacchiano. In pratica non la prima pietra, ma la prima crepa quella aperta dall’ala di Carmagnola. Non a caso, quando poi l’ormai ex granata si sarebbe deciso a dire sì al Milan non avrebbe trovato l’Arrigo ma Don Fabio.

GIGI E SILVIO LENTINI AVVERSARI IN VARESE-MILAN
A maggio 1992 sembra certo e definitivo l’accordo fra Milan e Torino per vestire Lentini di rossonero, a giugno ecco però il gran rifiuto del tornante della Nazionale che, pur di non lasciare Torino, preferirebbe anche trasferirsi alla Juventus piuttosto che cambiare città. La vicenda si sblocca poi a luglio, quando Lentini si convince a far parte di un progetto di rilancio del grande Milan berlusconiano che voleva a tutti i costi presentarsi con una grande squadra al ritorno in Champions League dopo l’anno di esclusione dalle Coppe. Ad accogliere Lentini, la ciliegina sulla torta dopo gli arrivi di Papin ed Eranio, di Boban e Savicevic, ci pensa Fabio Capello. La prima volta che lo impiega risale al 26 luglio 1992, amichevole fra Varese e Milan, con Silvio Lentini in maglia biancorossa e Gigi Lentini con quella rossonera. Un inizio soft, quasi in famiglia, con il fratello dall’altra parte per Gigi che in ogni caso non segna, doveva ancora ambientarsi, nella sgambata vinta 2-0 dal Milan con le reti di Simone e Boban.

PRIMO ANNO AL MILAN: LA RIVALITÀ CON NICOLA BERTI
Gigi Lentini fa un grande primo anno in rossonero, forse non all’altezza delle aspettative mediatiche dopo un trasferimento molto costoso, molto combattuto e per alcuni aspetti anche molto dibattuto, ma chi lo ricorda bene lo rivaluta. Sempre titolare con Capello sia in Campionato che in Champions League, e Fabio non regalava niente a nessuno, in gol nelle prime goleade rossonere della stagione (5-4 a Pescara e 7-3 a Firenze), a segno anche nel derby contro l’Inter, Gigi è lanciatissimo in quel 1992-93. Corre, gioca, tira, segna, scorazza. Non è l’unico protagonista come nel Torino perché al Milan ci sono tanti campioni, ma il suo apporto è ugualmente molto importante. Concorrenti in Nazionale, entrano poi in attrito, in chiave derby milanese, proprio Lentini e l’avversario nerazzurro Nicola Berti. Dopo il primo derby di Coppa Italia, nell’andata dei quarti di finale a febbraio 1993, l’interista contesta la manutenzione del manto erboso di San Siro curata dal Milan e Gigi risponde: “Non è vero, non si gioca malissimo su questo campo che resta difficile, almeno il Milan si impegna per renderlo il meno accidentato possibile, altri invece parlano e basta”.

IL MILAN FA DI TUTTO PER GIGI, ANCHE SORDO A MILANELLO
Sappiamo tutti che lo spartiacque negativo della carriera rossonera di Lentini risale alla notte fra il 2 e il 3 agosto 1993 quando dopo aver giocato, bene, entrambe le partite del Milan a Marassi contro Genoa e Flamengo per il Trofeo del Centenario rossoblù, un incidente stradale incrina gravemente la parabola di Gigi. Dopo quel brutto episodio, il ragazzo torna in campo nei minuti finali di un Milan-Piacenza 1-1 di Coppa Italia del novembre 1993 ma sia fisicamente che psicologicamente è ancora in ritardo. Capello aveva provato a stimolarlo, a fargli sentire ancora l’odore del campo ma i tempi non erano ancora maturi. È a primavera, con la sua presenza dal primo minuto sia in un Napoli-Milan 1-0 del 27 marzo 1994 che nella partita-Scudetto del 27 aprile 1994, ovvero Milan-Udinese 2-2, che Lentini torna davvero a giocare. Ma la frase-etichetta, il “Non è più lui” comincia a tormentarlo. Nell’estate del 1994, per il completo recupero anche umorale di Gigi, il Milan acquista per 5 miliardi di lire Gianluca Sordo. Erano amici fin dagli anni della Primavera granata, condividevano lo stesso appartamento negli anni della Prima squadra, ma anche la presenza di Sordo in spogliatoio non sblocca del tutto Gigi che nell’estate del 1996, dopo 63 gare ufficiali e 13 gol, lascia il Milan. E con lui, anche Sordo.

Fonte: acmilan.com

L'ex allenatore del Milan Arrigo Sacchi

Sacchi: “Milan, tieni Montella: ha fatto un buon lavoro”

L’ex allenatore e leggenda del Milan, Arrigo Sacchi, ha parlato così della cessione del club e di Montella:

“Il cambio di proprietà sta producendo i suoi inevitabili effetti: il club inteso come storia e stile vale più della squadra come la squadra conta più dei singoli. Ecco perché mi sarei meravigliato se finora la situazione fosse stata più rosea. Anche Berlusconi quando arrivò al Milan – spiega Sacchi al Corriere della Sera – ci mise due anni e mezzo prima di vincere e lui è stato il più grande dirigente della storia del calcio italiano. Io proseguirei con Montella che ha fatto un buon lavoro: nonostante Galliani sia stato bravissimo, di fatto Vincenzo si è trovato senza società. Fassone e Mirabelli? L’eredità da raccogliere è pesantissima: il Milan sotto Berlusconi ha vinto 5 Coppe dei Campioni, quante Juve e Inter insieme in 60 anni di storia. Come si dice nelle aziende? Si è contenti se dopo tre anni si inizia a guadagnare”, ha concluso il Profeta di Fusignano.

Sopravviva Arrigo

Sembra di essere tornati indietro di una trentina d’anni, e non per il gioco mostrato dalla Juve al Camp Nou: da una parte i teorici della vittoria sopra ogni cosa, i nuovi italianisti, i “vincentivisti”, e dall’altra Sacchi e i sacchiani, quelli del calcio propositivo. Trent’anni fa la questione su gioco e strategia divideva i Cucci, i Pistilli, i Cannavò, gli Ordine, i Damascelli, i Dardanello, i Maradei, i Ferrajolo, i Beccantini, i Bortolotti, i Maida, i Pistocchi; oggi la disputa si è trasferita sui social: la competenza, l’esperienza e l’eleganza della scrittura sono state sostituite dall’arroganza, dalla maleducazione, dall’offesa, dall’incultura. Naturalmente Sacchi, il reduce, è diventato il bersaglio ideale dei leoni da tastiera, ruolo al quale lui non si sottrae mai: subito dopo il pari di Barcellona, ha infatti detto in tv d’aver “visto la partita tra Real e Bayern, la squadra di Ancelotti giocava su un campo difficilissimo eppure ha affrontato l’avversario a viso aperto, cercando di imporre la propria manovra e il proprio credo calcistico. Nel match tra Barcellona e Juventus, invece, ho visto una squadra che ha adottato una tattica difensiva praticando il calcio del passato, di trent’anni fa. Non avevo dubbi, sapevo che non ci sarebbe stata alcuna rimonta da parte del Barcellona, ma forse ho sopravvaluto la Juventus e credo che debba giocare in un altro modo”.

Premesso che il Bayern doveva recuperare da un 1-2 e la Juve proteggere un 3-0, e non è esattamente la stessa cosa, pur non sedendomi dalla parte di Arrigo ringrazio il dio del calcio che ce l’ha dato.

Conosco Sacchi da 30 anni esatti, per venti l’ho contrastato, criticato, ho provato a ridurlo esaltando spesso il suo successore e opposto Capello, al quale Allegri somiglia parecchio: Arrigo era per il gioco e il copione, io – come altri – per i giocatori e il talento, in particolare per Baggio. Ma negli ultimi anni, approfondendone la conoscenza e confrontandomi sul dopo, ammetto di essere diventato un suo fiancheggiatore. Certo, Arrigo aveva i campionissimi e anche grazie a loro ha vinto, gli insegnò – però – la disciplina tattica e il senso del lavoro, introdusse sistemi di allenamento inusuali, cambiò il calcio e la settimana di tanti suoi colleghi. A quell’idea di calcio è rimasto legato. Da tecnico gli è successo tante volte di non dare spettacolo, ma l’idea di partenza è sempre stata quella di provarci. Non a caso stravede per Sarri.

Proprio oggi sul Corriere della Sera Pierluigi Battista sottolinea “l’impronta sabauda e l’etica calvinista unite in questa Juve sempre affamata”. Su etica e estetica Sacchi ha impostato tutta la sua vita professionale partendo – ne sono certo – da una frase di Brodsky: “L’estetica è la madre dell’etica”.

Fonte: di Ivan Zazzaroni per il Corriere dello Sport

L'ex allenatore del Milan Arrigo Sacchi

Sacchi: “Juve, fai un calcio di 30 anni fa: dovresti giocare diversamente”

Una grande Juventus ha battuto il Barcellona nella doppia sfida dei quarti di finale, staccando il pass per la semifinale, ma Arrigo Sacchi non è rimasto particolarmente soddisfatto dalla prestazione dei bianconeri. L’ex allenatore del Milan ha parlato così della squadra di Allegri:

“Ho visto la partita tra Real e Bayern, la squadra di Ancelotti giocava su un campo difficilissimo eppure ha affrontato la gara a viso aperto, cercando di imporre la propria manovra. E’ stato un incontro bellissimo. Stavolta – ha dichiarato Sacchi a Premium Sportho visto una squadra, la Juve, che ha adottato una tattica difensiva, praticando il calcio del passato, di trent’anni fa. Non avevo dubbi, sapevo che non ci sarebbe stata alcuna rimonta da parte del Barcellona, ma forse sopravvaluto la Juve e credo che debba giocare in un altro modo. Per giocare così, sempre, occorre una straordinaria costanza e ci vuole un’attenzione incredibile. Non è facile ed è faticosissimo, lo so bene. Ma i bianconeri sono fortissimi, hanno un bravo allenatore, mi aspetto qualcosa di diverso. Hanno giocato all’ottanta o novanta per cento in difesa e solo al dieci per cento in attacco”.