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Istanbul 12 anni dopo, senza rancore

Dopo quella serata niente ha fatto più male al Milan. E 12 anni dopo, qualcosa abbiamo capito…

Sono due i luoghi della sconfitta rossoneri. Di Verona si sa tutto, è fatale e ciclica. Istanbul no, è sfuggente e misteriosa. Nessuno, 12 anni dopo, tutt’altro che un’eternità, si capacita di come sia potuta accadere. Proprio in quel modo. Una analisi impossibile, soprattutto perchè per andare in profondità bisogna ricordare uno ad uno i dettagli, le sfumature di quella notte e ben presto si raggiunge il limite. Però a Istanbul non possiamo sfuggire, c’è, esiste, fa parte della storia del Milan. Tutti i tifosi rossoneri fanno i conti, saltabeccando col pensiero fra un ricordo e l’altro, con quello che hanno provato quella sera, come l’hanno provato, con chi l’hanno provato. È una data, un giorno della nostra vita che anche la storiografia ufficiale deve metabolizzare. Per essere vera e credibile, la storia di un grande Club non può essere immune dalle sconfitte. Se così fosse sarebbe plastica e il calcio invece è vita all’ennesima potenza.

IL MILAN È TORNATO DA ISTANBUL
Quella notte sembrava tutto impossibile. Persino il ritorno a casa. La bolla, l’apnea negativa sembrava avesse fermato il tempo. Tornare? Dove? E soprattutto perchè, dopo tutto questo? Cosa ci sarà mai ancora da aggiungere, dopo che il calcio è stato così calcio… scavandoci dentro, proprio a noi, come non mai. E invece bisognava farlo, si doveva tornare a guardare avanti. Un pensiero ha ispirato il Milan: saper risalire da questo strapiombo, può essere la vera vittoria. Quella che non si scorda mai. Nessuna vergogna, nessun senso di colpa, così bello e potente come nel primo tempo di Istanbul, il Milan lo era stato poche volte nella sua esistenza. Dopo la fatal Verona del 1973, un altro Milan ci aveva messo sei anni per riprendersi. Più di trent’anni dopo, bisognava metterci maledettamente meno. Gli occhi gonfi di Villiam Vecchi ed Hernan Crespo, in aeroporto il giorno dopo la “Finale”, però non promettevano niente bene.

IL MILAN HA IMPARATO DA ISTANBUL
Dopo l’incubo del 3-0 diventato 3-3, il Milan non sarà mai più sicuro e padrone della situazione in campo. Era la sentenza degli avversari, Milan choccato, Milan sotto ipnosi. All’inizio era proprio così. La squadra di fine estate 2005 giocava, andava ad Ascoli, a Genova, ma sembrava stranita, ancora pervasa da brividi di rimpianto e di paura. Non è stata immediata, poi però è arrivata. La scorza. La pelle dura. Quell’anelito salvavita che ti fa vacillare, ma mai più cadere. Dopo Istanbul, niente ha fatto più male al Milan. Non ha fatto male il gol annullato a Sheva a Barcellona in semifinale, e poi tutto il resto. Calciopoli? Non fa male. L’anatema dell’UEFA dell’agosto 2006? Non fa male. Il 13° posto in classifica del novembre 2006? Non fa male. Nemmeno Van Buyten e Rooney fanno male. Grazie a Istanbul, il Milan sarebbe diventato un granitico, giubbotto anti-proiettile. Come il Liverpool di Atene ben sa. Istanbul sei stata devastante, crudele, ma 12 anni dopo, qualcosa abbiamo capito. Il nostro non è un grazie, ma un qua la mano. Senza rancore.

Fonte: AC Milan

23 maggio 2007. Per la settima volta sul tetto d’Europa

Esattamente 10 anni fa il Milan diventava campione d’Europa per la settima volta nella sua storia battendo il Liverpool in quella che è stata definita “la rivincita di Istanbul”.

Abbiamo ancora negli occhi quella partita, la tensione, la paura dell’avversario che appena due anni prima ci aveva sfilato dalle mani una coppa che sembrava già nostra, gli sguardi dei nostri campioni, i vari Ambrosini, Maldini, Oddo, Kakà, Pirlo, Seedorf, Inzaghi, Gattuso, Dida, Nesta, Jankulovski, senza ovviamente dimenticare il sapiente manovratore Ancelotti in panchina.

La formazione del Milan che ha battuto il Liverpool il 23 maggio 2007.

Abbiamo visto e rivisto gli highlights di quel giorno: l’attimo in cui Inzaghi tocca con la spalla il pallone calciato da Pirlo sul finire del primo tempo e lo manda in rete per il vantaggio rossonero, il passaggio filtrante di Kakà ancora per Inzaghi che accarezza il pallone con una dolcezza incredibile e lo fa rotolare lentamente, quasi troppo lentamente oltre la linea della porta difesa da Reina, il gol del Liverpool segnato da Kuyt che fa riapparire per più di qualche istante, vecchi fantasmi che credevamo estinti, ma soprattutto ricordiamo la festa, la totale gioia che ci ha pervaso alla fine dei 90 minuti di partita.

Non voglio ripercorrere la cronaca della partita o le statistiche varie della competizione, dato che tutti ricordiamo bene quella partita e le precedenti con Manchester United, Bayern Monaco e il difficilissimo ottavo di finale contro il Celtic. Ci tengo però a condividere un ricordo che è legato a quella serata fantastica e che mi fa sorridere quando lo rievoco.

All’epoca avevo 17 anni e il periodo di maggio, come ogni liceale disperato sa bene, è caratterizzato dalle ultime interrogazioni e verifiche prima della fine del quadrimestre, soprattutto in materie in cui si è un po’ deboli e in cui si tenta il recupero in extremis.

Una delle mie bestie nere al liceo è sempre stata latino (l’altra è da sempre matematica), il caso ha voluto che il giorno dopo la finale di Champions fosse in programma l’ultima versione di latino del quadrimestre e, ironia della sorte, ricordo che ero teso molto di più per quella che per la finale di Champions. Il piano prevedeva di ripassare con un amico prima della partita, goderci la finale e tutto quello che sarebbe successo dopo, per poi usare come giustifica eventuale ad un insuccesso scolastico: “Ma prof. c’è stata la finale di Champions!”.

Non ricordo la versione di latino, ricordo molto bene i caroselli per la strada, bandiere rossonere ovunque, Piazza Duomo vestita con l’abito da sera, quello più bello, a tinte rossonere. Ricordo gioia infinita, urla, esaltazione mistica e un rientro più che tardivo a casa.

E la versione?

Non so ancora come a 10 anni di distanza, ma presi 7, stesso numero della coppa alzata al cielo da Paolo Maldini la sera del 23 maggio 2007. Il caso non esiste.