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Marco van Basten nel giorno del suo addio al calcio a San Siro

La leggenda di Marco van Basten

Il 31 ottobre 1964 nasceva Marco van Basten, fuoriclasse leggendario della storia del Milan

Elegante, raffinato, leggiadro. Ma al tempo stesso potente, freddo, intelligente. In tre parole: Marco van Basten. In una: fuoriclasse. Una leggenda vivente per le vittorie raccolte con il Milan e per i premi personali, avvolta da un alone quasi epico per il ritiro precoce dal calcio giocato, ma anche il prototipo di un centravanti fenomenale e moderno: un numero “9” a tutti gli effetti per l’implacabilità sotto porta e la capacità di segnare in ogni modo possibile, ma anche un “10” grazie a una tecnica fuori dal comune. Campionissimo per tutti, vero e proprio mito per i milanisti.

Marcel van Basten (per tutti, Marco) nasce il 31 ottobre 1964 a Utrecht, nei Paesi Bassi. Tira i primi calci al pallone in alcuni piccoli club della sua città, crescendo e formandosi già da bambino in un clima di effervescenza calcistica non da poco: gli anni del calcio totale dell’Ajax e dell’Olanda di Cruyff, dei Mondiali del ’74 dominati (ma persi) dagli Orange, della rivoluzione di Michels e di un modo totalmente nuovo di concepire il gioco del calcio.

Marco arriva all’Ajax tardi, a 17 anni, ma si impone in fretta: in sei anni segna una caterva di gol (vincendo quattro anni di fila la classifica cannonieri) e fa incetta di titoli nazionali con i Lancieri. È durante il periodo ad Amsterdam che emergono i primi problemi fisici (ed è qui che subisce il primo intervento alla caviglia), ma sono complessivamente anni straordinari che gli valgono la chiamata della vita: quella dell’ambizioso e visionario Milan di Silvio Berlusconi.

“Adriano, vai e colpisci”: van Basten-Berlusconi, un amore nato in videocassetta

La raffinatezza e la classe di van Basten non lasciano indifferente Berlusconi, fine esteta del pallone e folle amante dei calciatori di talento. Il Cavaliere ne ammira le gesta in videocassetta e se ne innamora perdutamente: il Cigno di Utrecht avrebbe dovuto giocare per il suo Milan, il cui fine è quello di vincere e dominare il gioco su ogni campo, in Italia, in Europa e nel mondo. “Vai e colpisci”, lo sprone al fido Adriano Galliani prima che parta alla volta di Amsterdam. Missione compiuta.

Adriano Galliani e Marco van Basten nel giorno del suo arrivo al Milan

È così che Marco van Basten arriva in rossonero. Un acquisto in sordina rispetto al connazionale Ruud Gullit, pagato quasi otto volte tanto e destinato di lì a pochi mesi a vincere il Pallone d’Oro. Il 1987 è un anno spartiacque per la storia del club: cambiano entrambi gli stranieri della rosa (e l’anno successivo, con Rijkaard, ci sarà spazio anche per il terzo “olandese”), arrivano importanti rinforzi italiani e in panchina siede Arrigo Sacchi. Romagnolo, semi-sconosciuto al grande pubblico, ha alle spalle una lunga gavetta nelle serie inferiori e un passato da rappresentante di scarpe dell’azienda di famiglia. Una scelta coraggiosa fatta da Berlusconi in persona, che si rivelerà la migliore possibile.

L’inizio del nuovo corso è negativo. Il Milan assorbe con fatica le idee rivoluzionarie del nuovo allenatore e stenta per risultati e gioco, scivolando lontano dai vertici della classifica. Van Basten parte bene, segnando all’esordio a Pisa, ma poi fa subito i conti con la caviglia che lo tormenterà per tutta la sua carriera da calciatore (e non solo): è costretto a operarsi e ad affrontare una degenza lunga parecchi mesi di riabilitazione e sofferenza. La squadra, invece, con le settimane ingrana e riprende quota, arrivano sino alle prime posizioni.

Marco torna in campo a sei mesi dall’intervento, in tempo per la volata finale verso lo Scudetto. I sacchiani griffano una rimonta pazzesca sul Napoli di Maradona e arrivano a giocarsi i titolo proprio in casa degli azzurri: per il Tricolore bisogna solo vincere. E così è: il Milan vince per 3-2 e annichilisce il San Paolo con una prestazione sensazionale. Decide proprio lui, Marco van Basten: il Cigno subentra nella ripresa e firma la terza rete rossonera, suggello al primo successo dell’epopea berlusconiana. Un trionfo che, sommato all’Europeo vinto con la Nazionale, lo spinge nel 1988 alla vittoria del Pallone d’Oro: sarà il primo di tre totali.

Marco van Basten, primo violino di un’orchestra armoniosa e perfetta

Il Milan di Sacchi vince e convince al primo colpo. Ma il meglio, per van Basten e per la squadra, deve ancora arrivare. È la stagione successiva, la 1988-1989, che fa entrare il gruppo direttamente nella leggenda. Il campionato non è fortunato come il precedente – lo Scudetto finisce sul petto dei cugini dell’Inter – ma la scelta societaria è precisa: il Diavolo avrebbe concentrato tutte le forze e le energie per la Coppa dei Campioni.

Il cammino non è privo di ostacoli (su tutti la doppia sfida con la Stella Rossa di Belgrado, portata a casa grazie a una nebbia salvifica), ma il Milan arriva sino in fondo al torneo. E stravince: prima schianta il Real in semifinale, dominando (pur pareggiando) a Madrid e devastandolo 5-0 a San Siro, poi in finale su un’inerme Steaua Bucarest, battuta per 4-0 al Camp Nou al cospetto di 80 mila tifosi milanisti.  “Dopo aver visto questo Milan, il calcio non potrà essere più lo stesso” titola il prestigioso quotidiano L’Equipe per celebrare una squadra leggendaria. Van Basten è il primo violino di un’orchestra sensazionale: ammutolisce il Bernabeu con una rete da cineteca, firma un gol nel pokerissimo del Meazza sulle Merengues, griffa la finale con una fantastica doppietta. E rivince ancora il Pallone d’Oro.

I sogni milanisti continuano a realizzarsi anche nel 1990. Il campionato è ancora amaro, con lo Scudetto che non torna rossonero e va al Napoli (a causa anche di qualche episodio controverso, in particolare nella famigerata “Fatal Verona”), ma in Europa è sempre la stessa storia. I ragazzi di Sacchi rivincono Coppa dei Campioni, Supercoppa Europea e Coppa Intercontinentale, bissando la tripletta europea come mai nessuno prima di loro. Van Basten segna meno della stagione precedente e non firma la vittoria finale (il match winner è il connazionale Rijkaard), ma resta la “ciliegina” sulla torta, primus inter pares nel fenomenale collettivo plasmato dal Profeta di Fusignano.

Sacchi-van Basten: stima e rispetto, non amore

Arrigo Sacchi e Marco van Basten durante un allenamento

Qualcosa, però, inizia a scricchiolare. Il Milan è nella leggenda, grazie ai titoli internazionali messi in bacheca e a un gioco intenso e rivoluzionario, figlio di un’organizzazione tattica ossessiva e asfissiante per gli avversari, incapaci di opporsi al ritmo infernale imposto dai sacchiani. Asfissiante anche, e forse soprattutto, per i giocatori stessi del Milan, spremuti mentalmente dal quel collettivismo spinto. Van Basten ne soffre più di tutti: il ragazzo è intelligente e conoscitore di calcio, ma mostra sempre più insofferenza verso il calcio martellante e soffocante di Sacchi. Ufficialmente non arrivano né aut aut né scontri diretti tra l’olandese (e più in generale la squadra) e il tecnico, ma i flop sul campo del 1991 e un clima non più idilliaco a Milanello segnano la fine del ciclo di Arrigo Sacchi.

“Sacchi e Capello sono due grandi allenatori, ma personalmente preferisco Capello. Lasciava spazio all’inventiva dei giocatori, ci dava la possibilità di improvvisare. Con Sacchi ogni mossa era studiata in modo ossessivo.” (Marco van Basten)

Addio Sacchi, ecco Fabio Capello. Ex calciatore di Serie A (anche al Milan), ma solo fugaci esperienze in panchina tra la Primavera rossonera e la Prima Squadra, guidata appena sei gare sul finire della stagione ’86-’87. È dirigente della Polisportiva creata da Berlusconi attorno al Milan ed è proprio lui, il presidente, a scegliere personalmente l’allenatore un’altra volta, stupendo tutti come fatto quattro anni prima con Sacchi. E, proprio come con Arrigo, azzeccando in pieno la decisione.

L’arrivo di Capello in panchina coincide con il ritorno di van Basten ad altissimi livelli. Meno imbrigliato tatticamente e più libero di testa, torna a medie gol altissime e rivince la classifica dei cannonieri di Serie A, portando il Milan in surplus alla conquista dello Scudetto. Il 1992 è la seconda vetta più alta della carriera di Marco dopo il biennio ’88-’89: riempie i tabellini italiani ed europei, marca uno storico poker in Champions League (il primo mai realizzato) in un Milan-Goteborg 4-0, si aggiudica il terzo Pallone d’Oro della carriera, eguagliando due mostri sacri come Cruyff e Platini. Nessun dubbio: è il calciatore più forte in circolazione.

Marco van Basten posa con il Pallone d'Oro vinto nel 1992: è il terzo

Marco van Basten, fuoriclasse di cristallo. Colpa di una caviglia maledetta

Ma la sorte non è amica di van Basten. E la caviglia, martoriata da acciacchi e operazioni, non gli dà pace. Arriva la decisione secca di andare sotto i ferri per la terza volta, contando di tornare a disposizione della squadra in vista del rush finale di stagione. Il recupero non procede secondo le attese e la caviglia non migliora, nonostante i tempi di recupero dilatati. L’olandese rientra in campo, ma è dolorante e lontano dal top della condizione. Stringe i denti e gioca la finale di Champions League, ma per il Milan e per il Cigno di Utrecht è una serata “no”: vince il Marsiglia per 1-0. Il 26 maggio 1993, ad appena 28 anni, Marco van Basten gioca l’ultima partita della sua folgorante carriera.

“No, non potrò davvero più tornare a giocare a calcio. Voglio solo tornare ad avere la camminata normale che hanno tutti e che avete anche tutti voi.” (Marco van Basten)

Marco prova a tornare in campo, ma senza riuscirci. La quarta operazione chirurgica alla caviglia e due anni di lavoro non portano l’esito sperato: lavora con i compagni nel pre campionato ’95-’96, ma le condizioni fisiche precarie non gli consentono nemmeno di camminare normalmente. E lo costringono ad appendere per sempre gli scarpini al chiodo. Il 18 agosto 1995 scorrono lacrime amare: van Basten saluta San Siro per sempre, consegnando alla storia del calcio una delle sue pagine più tristi. Uno dei fuoriclasse più puri di tutti i tempi smette senza essere arrivato ai trent’anni, per colpa di una caviglia malconcia e tanta mala sorte. “Il calcio perde il suo Leonardo da Vinci”, il commento laconico di Galliani. L’addio al calcio del Cigno di Utrecht è un giorno di mestizia per tutti gli amanti dello sport.

Marco van Basten e Zlatan Ibrahimovic

Tanti campioni sono stati accostati a Marco van Basten nel corso degli anni, nel tentativo di trovare un degno erede a uno dei migliori centravanti della storia del calcio. Su tutti Zlatan Ibrahimovic, il più vicino per caratteristiche fisiche e tecniche sin dai tempi dell’Ajax, mentre in tempi più recenti è stato Robert Lewandowski a fregiarsi dell’onorevole paragone con il Cigno di Utrecht. Ma nessuno ha saputo raggiungerne la grandezza e offuscarne anche solo in parte il mito, destinato a vivere in eterno.

Dopo il ritiro, van Basten si mette in gioco come allenatore. L’inizio nelle giovanili dell’Ajax, poi l’occasione di sedere sulla panchina della Nazionale olandese (che guida senza particolare fortuna a un Mondiale e a un Europeo), le esperienze con Heerenveen, AZ e Ajax, senza lasciare particolari tracce del proprio operato. Oggi è consulente FIFA nel nuovo corso di Gianni Infantino: un ruolo nelle retrovie, lontano dai riflettori, per una leggenda il cui nome rimarrà invece sempre ben impresso nella storia del Milan.

Accadde oggi: 24/05/1989, Milan-Steaua 4-0

90 mila rossoneri a Barcellona, Giovanni Galli racconta: “Venivano non solo dall’Italia ma da tutto il mondo e a quel punto ci siamo detti… «Ma come facciamo a mandarli via da qui senza la Coppa?»

24 maggio 1989, proprio 28 anni anni fa. Dopo il 5-0 al Real Madrid, il mondo voleva vederci chiaro. Quella semifinale era stato un episodio legato magari al calo della squadra blanca, oppure stava nascendo un Milan epocale in grado di incidere non solo sull’albo d’oro, ma soprattutto sulla natura del gioco, sulla evoluzione dello sport del calcio? Era il grande dubbio, il grande pensiero che accompagnava Milan e Steaua Bucarest al fischio d’inizio, nella Finale di Coppa dei Campioni del 1988-89. Di fronte i rossoneri in maglia bianca che avevano conquistato l’Europa per l’ultima volta 20 anni prima e i rumeni allenati da Lordanescu, vincitori nel 1986, ma che non erano stati seguiti da nessuno dei loro tifosi, tenuti in patria da Nicolae Ceausescu.

GIOVANNI GALLI RACCONTA: “DOPO LA STELLA ROSSA…”
“Poi in campo è andato tutto bene – ricorda e racconta Giovanni Galli, portiere del Milan Campione d’Europa 1989 ma noi sapevamo che quella Steaua era composta da otto/undicesimi che erano i titolari della Nazionale rumena. Non dimentichiamo poi che loro potevano schierare un signor giocatore che molti di noi stimavano, come Gheorghe Hagi. Un altro aspetto da considerare era la loro imbattibilità. Fra Campionato rumeno e Coppa di Romania erano imbattuti da più 100 partite e in quella Coppa dei Campioni avevano quasi sempre vinto, tranne la sconfitta di misura per 1-0 nell’andata dei Quarti di finale sul campo del Goteborg. Quindi eravamo tutti in campana… e non ci aspettavamo la partita tra virgolette facile che poi è stata”.

GIOVANNI GALLI: “TIFOSI DEL MILAN DA TUTTO IL MONDO”
“Nel corso del nostro cammino europeo avevamo avuto problemi negli Ottavi di finale contro la Stella Rossa, sapevamo che le squadre dell’Est amavano palleggiare e il nostro pressing rischiava di girare a vuoto. Poi però abbiamo visto quanti tifosi c’erano dentro il Camp Nou… in 90.000, venivano non solo dall’Italia ma da tutto il mondo. A quel punto ci siamo detti «ma come facciamo a mandarli via da qui senza la Coppa?». Ecco come è nata quella Finale, una miscela di attenzione per l’avversario e di dedizione alla causa dei tifosi del Milan. Dopo il 4-0 finale, ci sono stati due momenti belli. Prima l’ubriacatura di emozioni in campo, anche perchè molti di noi stavano vivendo sensazioni assolutamente sconosciute. Poi in albergo, non è successo molto, una mezz’oretta di confusione e via. Ci siamo accorti davvero, invece, di quello che avevamo fatto, quando siamo arrivati alla Malpensa. È stato bellissimo”.

IL TABELLINO

MILAN-STEAUA BUCURESTI 4-0

MILAN: G. Galli, Tassotti, P. Maldini, An. Colombo, Costacurta (29’st F. Galli), Baresi, Donadoni, Rijkaard, Van Basten, Gullit (15’st Virdis), Ancelotti. All.: Sacchi.
STEAUA BUCURESTI: Lung, Petrescu, Ungureanu, Stoica, Bumbescu, Iovan, Lacatus, Minea, Piturca, Hagi, Rotariu (1’st Balint). All.: Iordanescu.
Arbitro: Tritschler.
Gol: 18′ Gullit (M), 27′ Van Basten (M), 39′ Gullit (M), 1’st Van Basten (M).

Fonte: AC Milan

Accadde oggi: 29 anni fa l’11° Scudetto

15 maggio 1988: il Milan di Sacchi dopo una splendida rimonta sul Napoli torna a vincere il titolo dopo nove anni

Alla fine di quel Como-Milan Franco Baresi ha voluto conservare la maglia che aveva indossato in campo. Tra quelle strisce rossonere campeggiava, più brillante che mai, la stella conquistata nel 1979: “Aspettavo questo momento da nove stagioni, questa vittoria la dedico a tutta la gente che ha sofferto con me in questi anni”. Due retrocessioni e mille difficoltà avevano segnato il Milan, ma dopo l’arrivo di Silvio Berlusconi in quella stagione si era aperto un nuovo capitolo, con in panchina un tecnico che era destinato a cambiare il calcio italiano e mondiale.

NASCE IL MILAN DI SACCHI
Il Milan si affaccia alla stagione 1987-88 dopo un quinto posto in campionato e un’eliminazione in Coppa Italia agli ottavi contro il Parma, neopromossa in Serie B. Una sconfitta che lascia il segno su Silvio Berlusconi, che un anno prima aveva rilevato la società rossonera e che rimane stregato dal gioco degli emiliani. Il tecnico di quella squadra, Arrigo Sacchi, sbarca dunque a Milano nell’estate 1987, ma il suo non è l’unico volto nuovo: dal Psv arriva Ruud Gullit, dall’Ajax Marco Van Basten e dalla Roma Carlo Ancelotti. Tre acquisti eccellenti, chiamati a far fare il salto di qualità al Milan. A Milano impazzata subito la “Gullit-mania”, con le treccine di Ruud che diventano la tendenza del momento. Ed è proprio “Il tulipano nero” uno dei protagonisti – assieme a Van Basten e Donadoni – del successo rossonero di Pisa (1-3) nella prima giornata. L’esordio a San Siro contro la Fiorentina, però, lancia segnali preoccupanti: Diaz e Roberto Baggio fissano il punteggio sul 2-0 per i viola, con molti tifosi rossoneri che, inferociti, abbandonano anzitempo le gradinate. Ma è ancora troppo presto per esprimere sentenze…

INIZIA LA RIMONTA
Già, perché se è vero che il girone d’andata del Milan è caratterizzato da vittorie (contro Ascoli, Verona, Pescara e Avellino) e alcuni pareggi, la svolta arriva dopo una vittoria che si tramuta in sconfitta. I rossoneri, infatti, battono la Roma tra le mura amiche per 1-0 grazie a un rigore di Virdis. Il giudice sportivo però assegna i due punti a tavolino ai giallorossi a causa di un petardo che all’inizio del secondo tempo aveva colpito il portiere Franco Tancredi. È quello l’ultimo k.o. della stagione, perché proprio da quel momento parte la rimonta. Prima la vittoria nel derby grazie ad un’autorete di Ferri, poi il roboante successo sulla capolista Napoli per 4-1. Alla rete di Careca al 10’ la squadra di Sacchi risponde con Colombo, Virdis, Gullit e Donadoni.Nasce il SuperMilan – titola il giorno dopo La Gazzetta dello Sport – Napoli distrutto”. I rossoneri, grazie a questo successo, si candidano a diretta inseguitrice dei partenopei per la vittoria finale.

NAPOLI-MILAN 2-3: IL SORPASSO
Dopo quella vittoria il Milan trova maggiore fiducia nei propri mezzi. Vince a Torino contro la Juventus, e porta a casa il bottino pieno superando Sampdoria e Roma. Il 24 aprile 1988 Gullit e Virdis stendono l’Inter nel derby, ed è così che la squadra di Sacchi arriva alla sfida di ritorno contro la capolista, a tre giornate dal termine, con un solo punto di distacco. Al San Paolo si affrontano le due formazioni più forti di quella stagione, ed è quasi naturale che ne esca una partita splendida. È il Milan a passare in vantaggio con Virdis, a cui risponde – pochi minuti più tardi – una punizione di Maradona che batte Galli. Poi però la squadra di Sacchi mette la freccia grazie al secondo gol del suo numero 9 e alla rete di Van Basten, che dopo aver passato diversi mesi ai box per un infortunio si rivela decisivo nella volata finale. A nulla serve il colpo di testa con cui Careca accorcia le distanze: i rossoneri portano a casa una vittoria che significa sorpasso e primo posto in classifica. Il Napoli dopo 50 giornate consecutive cede il primato, ma tutto il San Paolo al triplice fischio dell’arbitro Lo Bello applaude a scena aperta la prestazione di un Milan che, dopo nove anni, torna a vedere la possibilità concreta di vincere lo Scudetto.

IL PARI DI COMO E LA GIOIA ROSSONERA
Il 2-3 del San Paolo manda in tilt la squadra partenopea, che perde anche nella gara successiva contro la Fiorentina. A San Siro i tifosi celebrano il pallone d’oro di Gullit, ma in campo la Juventus blocca i rossoneri sullo 0-0. Il verdetto è dunque rimandato all’ultima giornata, con la squadra di Sacchi che è chiamata a giocarsi il titolo nella delicata trasferta di Como. Nei giorni che precedono la gara scatta una vera e propria caccia al biglietto: sono 70mila le richieste per i “soli” 15mila tagliandi a disposizione. Il 15 maggio 1988, tra chi sceglie il treno e chi invece si avventura con la propria auto, va in scena un vero e proprio esodo. Lo Stadio Sinigaglia ribolle di passione rossonera, e dopo soli 2′ il Milan è avanti grazie alla rete di Virdis. All’inizio della ripresa il Como trova il pari con Giunta, che fissa il punteggio sull’1-1. Al triplice fischio sono entrambe le squadre ad esultare: per il Milan arriva lo Scudetto numero 11 della sua storia (il primo dell’era Berlusconi), per il Como la salvezza aritmetica. In campo la gioia è enorme, ma la festa dura fino a notte fonda, con migliaia di tifosi che scortano la squadra fino a San Siro per un abbraccio rossonero impossibile da dimenticare.

Fonte: AC Milan

Costacurta: “Io al Milan degli Invincibili, questa Juve è degli Imbattibili”

La Juventus di Allegri ha conquistato (quasi) tutti. Con lo Scudetto in tasca e una finale di Coppa Italia da giocare, la Vecchia Signora sta impressionando anche in Europa, dove sta portando avanti un cammino invidiabile: lo 0-2 dell’andata delle semifinali è una seria ipoteca per la finalissima di Cardiff, dove i bianconeri potrebbero affrontare il Real Madrid, altra finalista in pectore grazie al 3-0 sull’Atletico Madrid.

Una Champions League di altissimo livello per la Juve, tanto che Alessandro Costacurta l’ha accostata al mitologico Milan di Sacchi, di cui lui è stato tra i protagonisti: “E’ imbattibile sulla lunga distanza: magari concedono ogni tanto, ma sono dettagli. Io – ha proseguito Billy a Sky Sport ho fatto parte del Milan degli Invincibili: questa Juve è degli Imbattibili“.

Gigi l’imbattuto: la storia rossonera di Lentini

Il 26 aprile del 1992 l’ultima volta di Lentini granata, prima di passare al Milan…

Con la maglia del Torino, in casa propria, al Delle Alpi, dove era amato e coccolato, Gianluigi Lentini non ha mai perso contro le Invincibili armate rossonere di Sacchi prima e di Capello poi. Sembrava che poi al Milan non dovesse andarci nemmeno più, invece 25 anni fa, un 2-2 fra Torino e Milan al Delle Alpi era stata, il 26 aprile 1992, anche se non dichiarata, la partita del saluto di Gigi alla sua gente prima di tuffarsi sulla Torino-Milano con deviazione per Milanello.

LENTINI E LE PRIME CREPE NEL MILAN SACCHIANO
Il Milan allenato da Arrigo Sacchi era carico di gloria, innovativo nel gioco, sempre a bersaglio in fatto di trofei europei e mondiali. Però era capitato anche a quella squadra di essere processata. Accadde proprio dopo un gol quasi decisivo di Lentini. In un grigio pomeriggio del novembre 1990, un Milan reduce dal gol-beffa di Nicola Berti dopo un derby molto ben giocato dalla squadra rossonera, subisce una rete di testa proprio di Gigi Lentini al Delle Alpi. La squadra rimedia il pareggio solo al 91′, con un gran tiro di Paolo Maldini, ma questo “particolare” non la esime da critiche, le prime dure e dolorose critiche su una possibile involuzione del progetto tecnico-tattico sacchiano. In pratica non la prima pietra, ma la prima crepa quella aperta dall’ala di Carmagnola. Non a caso, quando poi l’ormai ex granata si sarebbe deciso a dire sì al Milan non avrebbe trovato l’Arrigo ma Don Fabio.

GIGI E SILVIO LENTINI AVVERSARI IN VARESE-MILAN
A maggio 1992 sembra certo e definitivo l’accordo fra Milan e Torino per vestire Lentini di rossonero, a giugno ecco però il gran rifiuto del tornante della Nazionale che, pur di non lasciare Torino, preferirebbe anche trasferirsi alla Juventus piuttosto che cambiare città. La vicenda si sblocca poi a luglio, quando Lentini si convince a far parte di un progetto di rilancio del grande Milan berlusconiano che voleva a tutti i costi presentarsi con una grande squadra al ritorno in Champions League dopo l’anno di esclusione dalle Coppe. Ad accogliere Lentini, la ciliegina sulla torta dopo gli arrivi di Papin ed Eranio, di Boban e Savicevic, ci pensa Fabio Capello. La prima volta che lo impiega risale al 26 luglio 1992, amichevole fra Varese e Milan, con Silvio Lentini in maglia biancorossa e Gigi Lentini con quella rossonera. Un inizio soft, quasi in famiglia, con il fratello dall’altra parte per Gigi che in ogni caso non segna, doveva ancora ambientarsi, nella sgambata vinta 2-0 dal Milan con le reti di Simone e Boban.

PRIMO ANNO AL MILAN: LA RIVALITÀ CON NICOLA BERTI
Gigi Lentini fa un grande primo anno in rossonero, forse non all’altezza delle aspettative mediatiche dopo un trasferimento molto costoso, molto combattuto e per alcuni aspetti anche molto dibattuto, ma chi lo ricorda bene lo rivaluta. Sempre titolare con Capello sia in Campionato che in Champions League, e Fabio non regalava niente a nessuno, in gol nelle prime goleade rossonere della stagione (5-4 a Pescara e 7-3 a Firenze), a segno anche nel derby contro l’Inter, Gigi è lanciatissimo in quel 1992-93. Corre, gioca, tira, segna, scorazza. Non è l’unico protagonista come nel Torino perché al Milan ci sono tanti campioni, ma il suo apporto è ugualmente molto importante. Concorrenti in Nazionale, entrano poi in attrito, in chiave derby milanese, proprio Lentini e l’avversario nerazzurro Nicola Berti. Dopo il primo derby di Coppa Italia, nell’andata dei quarti di finale a febbraio 1993, l’interista contesta la manutenzione del manto erboso di San Siro curata dal Milan e Gigi risponde: “Non è vero, non si gioca malissimo su questo campo che resta difficile, almeno il Milan si impegna per renderlo il meno accidentato possibile, altri invece parlano e basta”.

IL MILAN FA DI TUTTO PER GIGI, ANCHE SORDO A MILANELLO
Sappiamo tutti che lo spartiacque negativo della carriera rossonera di Lentini risale alla notte fra il 2 e il 3 agosto 1993 quando dopo aver giocato, bene, entrambe le partite del Milan a Marassi contro Genoa e Flamengo per il Trofeo del Centenario rossoblù, un incidente stradale incrina gravemente la parabola di Gigi. Dopo quel brutto episodio, il ragazzo torna in campo nei minuti finali di un Milan-Piacenza 1-1 di Coppa Italia del novembre 1993 ma sia fisicamente che psicologicamente è ancora in ritardo. Capello aveva provato a stimolarlo, a fargli sentire ancora l’odore del campo ma i tempi non erano ancora maturi. È a primavera, con la sua presenza dal primo minuto sia in un Napoli-Milan 1-0 del 27 marzo 1994 che nella partita-Scudetto del 27 aprile 1994, ovvero Milan-Udinese 2-2, che Lentini torna davvero a giocare. Ma la frase-etichetta, il “Non è più lui” comincia a tormentarlo. Nell’estate del 1994, per il completo recupero anche umorale di Gigi, il Milan acquista per 5 miliardi di lire Gianluca Sordo. Erano amici fin dagli anni della Primavera granata, condividevano lo stesso appartamento negli anni della Prima squadra, ma anche la presenza di Sordo in spogliatoio non sblocca del tutto Gigi che nell’estate del 1996, dopo 63 gare ufficiali e 13 gol, lascia il Milan. E con lui, anche Sordo.

Fonte: acmilan.com