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La plusvalenza che non ti uccide ti rende più forte

Lo si dice di solito rispetto a qualcosa che per X motivi si ha paura a fare ma che al tempo stesso va superata, la paura intendo. Metto le mani avanti, così nessuno potrà dire di non aver capito: la sconfitta di ieri non è colpa di Donnarumma. Il gol d’Icardi è colpa di Gigio, non la sconfitta; che poi le due cose siano consequenziali, credetemi, rileva poco. O nulla addirittura.

La partita l’avete vista tutti, perciò non vedo a che serva “aiutarvi” a capire ciò che avete visto e con ogni probabilità capito di questo amaro Derby. E mi spiace prendere spunto dai social, ma oggi da dove dovrei? Nella mia cerchia non ci sono così tanti milanisti, quasi nessuno, perciò gli umori io da lì li prendo… Twitter soprattutto, ma un po’ anche Facebook, Instagram. E lì mi pare che regni la confusione (sul Milan come su tanto altro, mi direte, ma fermiamoci al Milan), persone che non riescono ad andare oltre l’amarezza, spesso l’incazzatura, e trasformano la frustrazione in argomento. Non lo è, mi spiace. Ogni analisi pretende calma, silenzio, dunque ragionamento.

Se vi rode il sedere e basta, beh, smettete di leggere: non ho ragioni da opporre a chi, non a torto, proprio non vuole arrendersi a quanto accaduto ieri dopo il ’90. Con la pancia non si viene a patti, e non mi è estraneo quel fuoco che brucia dentro dopo aver visto una delle partite più importanti dell’anno capovolte al fotofinish, in quel modo peraltro. Se invece vogliamo provare a discuterne, fosse anche solo per tentare di esorcizzare, accomodatevi. Mi fa piacere.

Vedo di andare dritto al punto: chi se la prende con Gattuso ha saltato troppi passaggi. L’atteggiamento che Rino sta trasmettendo a questa squadra, inutile negarlo, è tremendo: chi sposa la strategia del «prima non prenderle» resta vedovo più prima che poi. Questa remissività, quasi questo negarsi, fanno male, anzitutto da spettatori; leggo dovunque che è bello guardare ‘questo’ Milan giocare, ma da spettatore appunto, non da tifoso, vado ripetendo(mi) da settimane «ma che davvero vi diverte?». Per quanto mi riguarda, non vedo così tante differenze con quello di Montella, che mi contrariava alquanto, perché improduttivo, macchinoso, se non in quei rari momenti in cui, per l’appunto, produce (una serie di passaggi più elaborata che ti porta al tiro magari, senza per forza il gol).

Invece no, non credo che questo Milan produca del «buon calcio», e lo dico da spettatore, uno che da una partita vuole essere intrattenuto, trarre piacere non tanto dal risultato ma da quei seppur sporadici (anche se, si spera, più frequenti possibili) episodi di godimento estetico che giustificano lo stare a guardare ventidue ragazzi che spostano un pallone. Da tifoso mi spossa proprio, perché alla noia si aggiunge il fastidio, la consapevolezza sempre meno sormontabile che l’asticella oltre a quell’altezza non possa essere alzata.

Ed è qui che si spiega il feedback di ieri; qui che l’1-0 acciuffato per un pelo assume una consistenza che ci consente di guardare a tutto con altri occhi. Perché il problema non è il Milan che ha perso, ma quello arrendevole, oltremodo cauto, pavido che stava rosicchiando un punto che forse nemmeno meritava. La sconfitta brucia perché matura a seguito di un errore brutto di un ragazzo che di errori ne sta inanellando troppi e sempre meno tollerabili, giovane o meno che sia. Ma quel Milan lì, quello che arrivato palla al piede a centrocampo nel secondo tempo non sapeva che diavolo fare, beh, quello restava anche se, per assurdo, il colpaccio l’avessimo fatto noi.

Quel Milan non si può vedere, figurarsi seguire. So che a questo punto chi ha avuto la pazienza di arrivare sin qui esclamerà: «visto che stai dando ragione a noi! Rino fuori!». No, non sto dando ragione a nessuno. Non si tratta di stabilire chi è in torto, perché la situazione dinanzi alla quale ci troviamo è espressione di una serie di concause, come tutto nella vita. Se vogliamo scagliarci con colui che in questo momento è più esposto, giustamente, canalizzando la nostra delusione, la nostra ira persino, verso di lui, facciamolo pure. L’unica è… a che pro?

L’ho spiegato in precedenza, temo dovrò ripetermi. Gattuso è qui perché chi realmente “volevamo” non era al momento alla nostra portata. Se chiedete a me, autore di questo scritto, anche a costo di essere impopolare, dico che una chance Rino se la meritava, che le sue carte lo scorso anno se l’è giocate dignitosamente; ma questo ha senso proprio alla luce del fatto che Antonio Conte (facciamo nomi e cognomi) non fosse raggiungibile ad agosto. Se devo puntare su un ripiego, mi tengo l’allenatore che ho, con in più, non nascondiamocelo, la scusa di poterlo usare a mo’ di parafulmine rispetto al vero problema. Quale?

La rosa. Signori miei, questa rosa, che vanta persino alcune individualità notevoli, e che sulla carta non è da buttare, semplicemente è frutto di tre diverse gestioni, ciascuna con le proprie idee (o non-idee) a priori diverse. Si tratta di una tara strutturale che fa tutta la differenza del mondo, e che nemmeno un Conte può contribuire ad aggiustare. Per questo, immagino, l’ex-tecnico del Chelsea avrà a ragion veduta preteso delle garanzie, ossia avrà fatto dei nomi sui quali sta o cade la sua candidatura. E sapete che c’è, per l’ennesima volta? Quei nomi per ora non ce li possiamo permettere, oooohhh. Elliott non si discute, ma anche fosse per sola facciata, non puoi andare a prelevare tre/quattro Top-mondo come se il triennio 2014-2017 non sia mai esistito e questa nuova proprietà non dovesse risponderne.

Il risultato è una rosa male assortita, fatta di giocatori che non sono né potevano essere scelte dei sin troppi allenatori che si sono avvicendati in questi anni, come fossimo una provinciale qualsiasi. Nessuno è esente da responsabilità in questo senso: chi ha devastato un progetto tecnico che ci aveva portato a stare in alto per quasi dieci anni? Chi, l’anno scorso, su quelle macerie, non ha saputo ricostruire, se possibile, anzi, acuendo certi difetti poiché dava per scontato di avere quel tempo che non è riuscito a fabbricarsi? Insomma, perché Abate? E perché Chala? Perché Suso? Ma anche perché Bakayoko, Castillejo, Laxalt?

È evidente che Leonardo e Maldini non possono condividere tale responsabilità nella medesima misura delle due gestioni precedenti, ci mancherebbe, tanto più che i tre sopracitati andranno valutati a giugno 2019 (se giocheranno). Il punto è che qui non si fa un discorso di colpe, ché lascio volentieri ad altri: io, come tutti immagino, rivorrei il Milan, quello che il mercoledì mi costringe a fare i salti mortali per essere allo stadio o vederlo in TV, non il giovedì; quello che fino ad aprile inoltrato di ogni santo anno sta ancora lottando per qualcosa. Ma non ho più otto anni, e so che l’erba voglio cresce nel giardino del Re.

Siamo appena entrati nel XXI secolo, laddove bisognava entrarci almeno tre anni fa. Siamo in ritardo, con un progetto da ricostruire da zero, piegati da anni vissuti al margine non del calcio europeo bensì del già povero di per sé calcio nazionale. È tutto questo che Icardi ieri, in un istante, quanto gli è bastato per quella spizzata maledetta, ha estemporaneamente rievocato, innescandolo con una violenza inaudita. Quel gol, lo vedevo nei volti di chi mi stava accanto, sopra, sotto, di lato, lì in Curva Sud, è come se avesse acceso uno schermo negli occhi di tutti e ciascuno, che a mo’ di Cura Ludovico si sono dovuti sorbire le immagini di questi ultimi sette anni nel giro di pochi secondi, velocizzati ma non abbastanza da non capire che cazzo stessero guardando. E allora scatta qualcosa, forse la paura, la sensazione che davvero siamo lontani da ciò che ci eravamo prefissati, che oramai, diciamolo, quel posto non ci spetta più: ce lo si deve (ri)guadagnare.

È il tempo delle scelte difficilissime, a fronte delle quali anche i migliori sono preparati fino a un certo punto. Per dirne una, cosa fare di un ragazzo che non ha nemmeno vent’anni, baciato da un talento precoce e abbagliante, che al momento pare al contempo il suo più grande fardello? Per fortuna non sono io a doverla prendere questa decisione, ma non si può continuare a minimizzare i difetti di un portiere che tra i pali è un prodigio, mentre a un metro dalla linea di porta vale quanto un ragazzo qualsiasi, se non peggio. Ancor meno sostenibile il perdere certi punti se si pensa che in panca c’è un collega il quale avrà pure l’età che ha, ma è uno che fino a un’ora fa non sfigurava forse nel miglior Napoli di sempre, e che in ogni caso calcava ben altri palcoscenici rispetto ai nostri.

La domanda allora è: siamo in regime di ristrettezze, con una sentenza che grava sulla nostra testa, quantunque ancora non si sappia che forma avrà… vogliamo spenderla ‘sta plusvalenza? Lo so, Gigio è un patrimonio, e nessuna scelta è esente da controindicazioni. Nella fattispecie sin qui evocata: e se altrove diventa quel fuoriclasse che teoricamente già è? Ti mangi le mani e maledici il giorno che l’hai venduto, che domande! Ma adesso, a queste condizioni, col rischio addirittura di mettere a posto i conti, è così sconsiderato fare un sacrificio di questo tipo? Con un ragazzo che sì, ha tutto il talento che vi pare, ma (e lo dice in primis chi ne sa) non sta crescendo, anzi, limitatamente ad alcuni aspetti subisce proprio un’involuzione. Possibile che al quarto anno di Serie A non riesca ancora a piazzarsi decentemente, che non «senta» la porta? Non lo so, non mi chiamo Villiam Vecchi, ma a me questi mi sembrano problemi, ed anche piuttosto gravi.

Poi, chiaro che questi siamo e con questi giochiamo, ma a fronte di un progetto che porti dei sostituti degni (leggasi “più forti”), potremmo prendere in considerazione pure l’idea di parlare con Bonavenuta e Suso, spiegando loro che non possono essere più i nostri punti di riferimento, perciò o forzano le rispettive nature ed imparano a fare quello che pare non riescono a fare nemmeno sotto tortura (nel caso di Jack giocare a due, massimo tre tocchi; in quello di Jesus il discorso è più complesso, dato che gli si dovrebbe chiedere d’imparare a scrostarsi dalla sua mattonella, ergo cambiare proprio il modo di giocare) oppure una stretta di mano e ciascuno per la propria strada?

Solo nel caso del classe ’99, tuttavia, ci troveremmo davanti ad una plusvalenza eccezionale, anche qualora lo vendessimo ad un prezzo contenuto (cosa che non succederebbe, perché, se Elliott vende Donnarumma, lo vende al prezzo migliore possibile). Con il non felice trascorso di questo ragazzo, la testa e il carattere che sembrano non rispondere come dovrebbero, separarsi non sarebbe forse la soluzione migliore, per noi come per lui? Potremmo rischiare, cosa che di questi tempi non ci piace granché, e testare in prima persona fino a che punto sia vero che ciò che non ti uccide ti rende più forte.